Lei – Her

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Lei – Her ***1/2

Theodore Twombly lavora in uno studio che confeziona lettere scritte a mano, per clienti che non hanno più tempo per farlo da soli. Padri che scrivono ai figli, amici che si scambiano gli auguri, amanti che non possono fare a meno l’uno dell’altra: nell’era della tecnologia, il valore di un testo scritto a mano da qualcuno è ancora altissimo.

Siamo nella Los Angeles del futuro, Theodore è sul punto di divorziare dalla moglie Catherine, l’amore della sua vita: sono cresciuti assieme, sono stati vicini e complici per moltissimi anni, ma ora tutto è finito.

Sempre più solo, in un mondo di tecnologica solitudine, Theodore decide di installare sul proprio computer e sul proprio smartphone un nuovo sistema operativo, dotato di un’intelligenza artificiale.

La sua voce si chiama Samantha e promette di evolversi e crescere assieme a lui, maturando non solo attraverso la conoscenza dei testi e degli ipertesti digitalizzati, ma anche attraverso l’esperienza con Thodore.

Lo scrittore ha finalmente qualcuno con cui parlare, con cui confrontarsi, con cui condividere entusiasmi e delusioni.

E così, mentre il confronto con il mondo esterno si rivelerà fallimentare – un blind date finito male, l’incontro con l’amica di sempre, Amy, sposata ad un uomo che non la comprende davvero, quindi quello con la moglie, Catherine, per firmare i documenti del divorzio – quello con il sistema operativo comincerà ad occupare uno spazio del tutto inconsueto.

Theodore e Samantha si comportano da innamorati, in una relazione non solo platonica. L’assenza della fisicità è un limite che il computer cerca di risolvere in un modo buffo e impossibile, ma i due amanti finiscono per superarlo.

Almeno sino a quando la continua evoluzione di Samantha, la cui intelligenza non ha limiti spaziali o cronologici, mette in crisi la sua relazione con Theodore.

Spike Jonze dirige il suo quarto film e per la prima volta ne è anche l’autore, emancipandosi dalle intelligenze artificiali di Charlie Kauffman e di Dave Eggers, che avevano scritto Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Nel paese delle creature selvagge.

La sua voce risuona ora ancora più limpida e originale: Her è un piccolo capolavoro, malinconico e crepuscolare, capace di raccontarci non solo la deriva della nostra solitudine tecnologica, ma anche un’inconsueta e fragile storia d’amore e amicizia.

Jonze non sembra interessato ad un discorso puramente sociologico o antropologico. Non usa neppure un registro satirico, ma si spinge oltre, raccontando l’eccezionalità dell’amore, indifferente ai corpi, alle regole, alle abitudini sociali.

In una Los Angeles, mai così calda e affascinante, illuminata con colori pastello dalla fotografia di Hoyte Von Hoytema, l’umanità è ridotta ai minimi termini. Nelle strade o nei metrò ciascuno parla apparentemente da solo, in realtà rispondendo al proprio sistema operativo, che gli legge i messaggi, gli racconta le notizie.

Non sembra più esserci spazio per le relazioni sentimentali, eppure non è così: anzi queste assumono un ruolo ancor più determinante. E nessuno sembra scandalizzarsi o sorprendersi quando Theodore afferma di essere innamorato del suo sistema operativo, perchè non ci accontentiamo più dei nostri simili.

L’idea che si possa amare qualcuno che appare sempre disponibile, spiritoso, complice, affettuoso è destinata a rimanere un’illusione, perchè l’evoluzione di Samantha la spinge a diventare prima umana – troppo umana – e quindi ancora più in là, in una ricerca che non ha mai fine. L’ansia dell’uomo moderno la contagia inesorabilmente.

Joaquin Phoenix è il cuore di Her. Il suo volto è indagato senza sosta dalla macchina da presa mentre è costretto ad interagire solo con una voce. La sua è un’interpretazione titanica, di gran lunga la migliore dell’anno, per ricchezza espressiva e adesione al ruolo. Sul suo viso si materializzano l’ansia e il dolore, l’abbandono e la speranza, l’illusione e la gelosia, senza alcun trucco, senza alcuna forzatura.

Ogni suo film è una sorpresa, la sua bravura è apparentemente senza limiti. Attraverso di lui, Jonze ci porta a credere per un attimo che l’umanità si possa riconquistare anche attraverso la tecnologia.

Bravissima anche Scarlett Johansson, che presta la sua particolarissima voce a Samantha e ci regala, paradossalmente, la sua interpretazione più convincente. Sempre perfetta Amy Adams, in un altro ruolo di secondo piano, che acquista spessore grazie alla sua semplicità ed al suo trasformismo.

Jonze non descrive un mondo di fantascienza, ma mette in scena dinamiche comuni a molte storie d’amore: ed è per questo che il suo film non rimane un esperimento surreale da guardare ammirati, ma riesce invece a coinvolgere profondamente, ad emozionare.

Alla fine quello che resta, quando tutto è perduto ed anche l’amore ci ha deluso, è l’amicizia con qualcuno che ci conforti, ci resti accanto, anche in cima ad un grattacielo in una metropoli senza confini.

Sono gli ultimi bagliori di umanità, in un crepuscolo che non smette di commuoverci.

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