The grandmaster

The Grandmaster 1

The grandmaster ***1/2

Il kung fu è precisione. Se si rompe qualcosa hai vinto.

La storia di Ye Wen, conosciuto come il leggendario maestro di kung fu Yip Man – costretto a rifugiarsi ad Hong Kong nel 1950, dopo la vittoria di Mao sul partito nazionalista – è stata raccontata al cinema già molte volte.

Tra i grandi maestri delle arti marziali cinesi, il protagonista riveste un ruolo del tutto particolare, perchè insegnò il Wing Chun a Bruce Lee, divenuto, grazie al cinema, un’icona assoluta di quell’arte nobile e letale.

Il nuovo capolavoro di Wong Kar Wai non si limita però a mettere in scena la lotta fratricida tra le diverse scuole nella Hong Kong del dopoguerra, ma fa un deciso passo indietro, raccontando l’origine della diaspora cinese e l’età dell’oro del kung fu, negli anni ’30, prima dell’invasione giapponese.

Sono passati sei anni dal suo ultimo deludente esperimento americano, Un bacio romantico – My blueberry nights, e quasi dieci da 2046, ma la lunga attesa e le riprese infinite, cominciate nel 2009, hanno prodotto un film di una bellezza che storidisce, colmo di romanticismo e senso del passato.

Ye Wen è un appassionato di arti marziali, nato e cresciuto a Foshan, una città del sud nella provincia del Guandong. La sua tecnica è quella del Wing Chun.

Nel 1936 il grande maestro del nord, Gong Baosen, capace per primo di combinare gli stili del Bagua e dello Xingyi, in vista del suo imminente ritiro e costretto alla fuga dall’invasione giapponese della Manciuria, si rifugia a Foshan, per una cerimonia d’addio nella quale sfiderà il migliore dei maestri del sud.

Nonostante la sua ritrosia, tocca proprio a Ye Wen affrontare il maestro e raccoglierne l’eredità, così com’era avvenuto a Ma San, per le scuole del nord.

Ye Wen appartiene ad una famiglia di ricchi borghesi del periodo della Repubblica ed è sposato a Zhang Yongcheng, una bellissima donna, discendente della dinastia Manciù.

Come tutti gli appassionati di kung fu frequenta il Padiglione d’Oro, una casa di piacere dove si ritrovano i maestri del sud.

Qui affronterà prima il maestro Gong Baosen, quindi la figlia Gong Er, anch’essa prodigiosa artista marziale, maestra della tecnica dei 64 palmi, decisa a vendicare l’affronto subìto dal padre.

In un incontro di prodigiosa eleganza e altrettanto feroce determinazione, i due finiranno per essere irresistibilmente attratti l’uno dall’altra.

Ma la storia separerà i loro destini: Gong Er ritornerà nelle province del Nord-Est, Ma San diventerà un agente della polizia politica nel regime fantoccio di Pu Yi, mentre Ye Wen rimarrà bloccato a Foshan, invasa dai Giapponese dopo l’incidente del ponte di Marco Polo a Pechino.

Gli occupanti sequestrano la casa di Ye Wen e riducono in miseria la sua famiglia.

Nel frattempo la lama di Ma San affonderà i suoi colpi nel maestro Gong Baosen, costringendo la figlia a rinunciare a tutto, pur di cercare una vendetta che ristabilisca l’onore della sua famiglia.

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The grandmaster è un grandioso affresco sulla forza del destino e sulla nostalgia di un passato che non ritornerà più. I combattimenti corpo a corpo tra i maestri ed i loro avversari, le diverse tecniche mostrate nel corso del film lasciano il passo nella parte finale ad romanticismo epico e straziante, che ricorda il Leone di C’era una volta in America.

Ye Wen è diviso tra l’amore per la moglie ed il desiderio irrisolto per Gong Er. Bloccato a Foshan per molti anni, in povertà e senza la possibilità di raggiungere il nord del paese, vivrà del suo onore e dei ricordi di un incontro lontano.

Solo alla fine ritroverà Gong Er, ad Hong Kong, dove lui ha aperto una scuola di kung fu e lei esercita l’arte della medicina: entrambi sconfitti dalla vita e troppo orgogliosi, per piegarsi alle convenienze della Storia.

Si incontreranno solo per dirsi addio e per rimpiangere un passato di occasioni perdute, che non ritorneranno più.

Ed è qui che The grandmaster prende davvero il volo, diventando un melò straziante e disperato, con una forza che ricorda i capolavori passati del maestro di Hong Kong. Al centro del suo cinema, alla fine, ci sono sempre un uomo ed una donna, il loro destino è importante quanto quello di un intero paese.

Ma Wong Kar Wai non vuole solo rendere giustizia agli artisti marziali che prosperarono nel protettorato inglese, ma intende raccontare ancora una volta, come in In the mood for love, uno dei momenti chiave della storia cinese, quello del passaggio dalla Repubblica di Sun Yat sen alla guerra civile conclusasi con la vittoria di Mao e la fuga dei nazionalisti di Chang Kai Shek ad Hong Kong, passando attraverso l’invasione giapponese ed il regime de “l’ultimo imperatore” Pu Yi.

Mai come questa volta lo sfondo storico assume un ruolo esplicito: i suoi personaggi vivono lo stesso tragico destino del paese, dilaniato dai contrasti, dalle rivalità, dai tradimenti. Si ritroveranno ad Hong Kong, unico approdo possibile per tutti.

Wong Kar Wai costruisce un film pienamente fisico, fatto di volti, di mani, di particolari essenziali, di traiettorie inconsuete. La macchina da presa è sempre addosso ai suoi protagonisti, inquadrati sovente con un leggerissimo plongé. Anche le scene d’azione sono coreografate in spazi per lo più ristretti, angusti, come un cortile, l’interno di una casa, la banchina di una stazione ferroviaria. Il kung fu è verticale ed orizzontale afferma Ye Wen all’inizio e tutto il film segue questa linearità: dal nord al sud del paese, quindi da sud a est verso Hong Kong, così anche i duelli seguono l’orizzontalità dei piani e la verticalità delle scale, mentre i corpi volano letteralmente seguendo le due direttrici.

Il film è quasi tutto d’interni, che restano per lo più sfocati, sullo sfondo. La scena è tutta per i suoi personaggi. Come sempre il montaggio di William Chang riveste un ruolo essenziale e preminente nei film di Wong Kar Wai: The grandmaster è un trionfo di primi piani, rallenty, freeze frame, che spezzano la composizione orizzontale del quadro in cinemascope con una radicalità assoluta. Gli scontri sono coreografati dal maestro Yuen Wo Ping con la sapienza e l’eleganza che ci si aspetta.

Magnifica la colonna sonora del fidato Shigeri Umebashi e del francese Nathaniel Mechaly, mentre la fotografia di Philippe Le Sourd usa i toni caldi della pellicola 35 mm, per restituire il languore nostalgico che avvolge il film.

Tony Leung è Ye Wen: il volto simbolo del cinema di Wong Kar Wai qui presta tutta la sua energia trattenuta al protagonista Yip Man, con la serenità e la dolcezza, che ne fanno forse l’unico vero erede del nostro Marcello Mastroianni.

Zhang Ziyi è come sempre il suo contraltare romantico, Gong Er, capace di alternare fragilità malinconica e determinazione da combattente.

La versione che esce in Italia è quella vista a Berlino, più corta di qualche minuto rispetto a quella cinese e quindici minuti più lunga di quella americana.

Da non perdere, per nessuno motivo.

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10 pensieri riguardo “The grandmaster”

  1. Solo una nota: Ma San e Il Rasoio sono due personaggi diversi: il primo è il traditore che sarà sconfitto da Gong Er; il secondo è un altro grande maestro, che aprirà la propria scuola di kung fu, alle cui vicende sono dedicate solo tre sequenze del film. Saluti (gran bel blog!)

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