Cannes 2013. A proposito di Davis

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A proposito di Davis – Inside Llewyn Davis ***1/2

Cannes e’ il festival dei maestri che ritornano: il concorso e’ un club esclusivo. Una volta entrati, come i fratelli Coen, vincitori con Barton Fink piu’ di venti anni fa, non se ne esce piu’.

Talvolta il concorso finisce pero’ per assomigliare ad una sorta di cimitero di elefanti, nomi importanti, ma senza piu’ idee. Cinema che si ripiega spesso su se stesso, in un manierismo stucchevole.

Inside Llewyn Davis e’ invece un film riuscito, che si iscrive di diritto tra i migliori della seconda parte della carriera dei suoi due autori. Chi si aspettava un affresco della New York del folk, del fermento artistico del Greenwich Village negli anni ’60 restera’ forse deluso, perche’ il film e’ invece il ritratto malinconico di un artista solitario, in piccola parte ispirato alla vita di Dave Van Ronk.

Un’altro dei tanti loser testardi e inconsapevoli che hanno attraversato il cinema dei Coen, Llewyn Davis e’ un cantante folk: vive sui divani degli amici, mangia a casa di un professore dell’Upper East Side ed ha messo incinta Jean, anche lei cantante, che condivide l’appartamento con l’amico e compagno di scena Jim.

La carriera di Llewyn e’ ad un punto morto. Ospite spesso del locale di un italiano, Pappi Corsicato (!!!), non riesce ad uscire dal cono d’ombra del Village. Ha appena inciso il suo primo disco solista: Mike, che suonava con lui nei club e nei dischi della leggendaria etichetta Legacy, si e’ gettato da poco dal George Washington Bridge.

L’album nuovo, intitolato proprio Inside Llewyn Davis, non si vende e l’ansia di non farcela comincia ad assillarlo, almeno quanto l’astiosa Jean, che vuole abortire un figlio non voluto.

Llewyn ci prova, va a Chicago a fare un provino con un grande impresario, condividendo il viaggio in auto con una strana coppia: un musicista jazz drogato e obeso ed il suo silenzioso valletto.

Il response e’ chiaro: non ha il talento per sfondare, almeno come solista.

Accompagnato da un gatto che non riesce a restituire ai suoi legittimi proprietari e poi da un altro, scambiato erroneamente per il primo, Llewyn ha gli occhi tristi di Oscar Isaac, perfetto nel sembrare costantemente stropicciato e fuori posto.

I Coen scrivono un film perfettamente circolare, che si chiude proprio quando appare, nell’ombra, la figura che rendera’ giustizia a quei tempi ed a quella musica, Bob Dylan. Ma, appunto, sono solo una voce ed un profilo in controluce, che accenderanno per poco i riflettori sul Village, prima della svolta elettrica di Like a Rolling Stone, che suonerà come un tradimento.

Inside Llewyn Davis e’ un’amara meditazione sul successo, che tenta di cogliere il momento in cui un onesto talento diventa trionfo popolare o rimane in una nicchia onorevole. I Coen non hanno risposte facili, il successo è inafferrabile ed effimero. Ma d’altronde, qui siamo nel territorio che anche Allen ha battuto con grande felicita’ in Accordi e disaccordi e Broadway Danny Rose: e’ il microcosmo infelice dei numeri due, dei piccoli artisti che non avranno mai la loro occasione, spesso in anticipo sui tempi.

Inside Llewyn Davis e’ un piccolo gioiello di scrittura, pieno di inner jokes, di rimandi felici alle ossessioni del loro cinema, da parte dei due registi di Minneapolis.

Si pensi solo alla lunga digressione del viaggio a Chicago, con l’ennesimo grande cameo di John Goodman. Oppure al nome del gatto, che ritorna a casa dopo mille peripezie: Ulisse.

Colonna sonora da urlo, fotografia glaciale e antica di Delbonnel, chiamato a sostituire Roger Deakins, impegnato sul set del nuovo Bond. Negli Stati Uniti escirà a Natale, nella stagione degli Oscar.

Qualcuno con un po’ di cattiveria, ha visto in Inside Llewyn Davis riferimenti e paure autobiografiche, nel racconto di un artista geniale, ma umanamente fallimentare, costretto a fare i conti con un’improvvisa e deludente carriera solista.

Noi invece lo abbiamo trovato superbo, cullato nell’amarissima tristezza di chi ha visto consumarsi la propria ambizione, senza avere la forza di opporsi.

Come ha scritto qualcuno, c’era un grande futuro dietro di noi.

Da non perdere.

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