Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie

Apes Revolution poster

Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie ***

La saga de Il pianeta delle scimmie, tratta da un romanzo di Pierre Boulle e approdata sul grande schermo nel 1968, con il capolavoro distopico di Franklin J. Schaffner, ha avuto molti sequel ed un brutto remake, firmato da Tim Burton nel 2001.

L’idea della 20thCentury Fox di ricominciare a raccontare quella storia, facendo due passi indietro, rispetto all’originale, si è rivelata vincente.

L’alba del pianeta delle scimmie è stato un successo inatteso e questo Apes Revolution si pone su un gradino ancora più alto, ricollegandosi al sottotesto politico della serie e mettendo in scena un pamphlet, che richiamata tanto la storia americana del XVIII secolo, quanto i conflitti odierni.

In modo molto intelligente, Apes Revolution ricomincia molti anni dopo la fine del precedente. Le scimmie – a cui è stato iniettato in laboratorio un composto che avrebbe dovuto curare l’alzheimer, ma che si è rivelato letale per la razza umana – hanno sviluppato un’intelligenza sociale e si sono rifugiate nei boschi di Muir vicino a San Francisco.

Hanno costituito una comunità di eguali, si prendono cura gli uni degli altri, hanno messo in piedi una sorta di scuola, dove la prima regola è “ape not kill ape“.

Cesare, dopo aver liberato le scimmie dalle gabbie dei laboratori, vuole mantenere la pace nella sua comunità: le armi sono proibite, i conflitti risolti col perdono.

Il suo governo illuminato prevede una convivenza pacifica e separata anche con gli uomini. Ma non tutti, la pensano come lui.

Nel frattempo, il composto creato in laboratorio dagli scienziati del primo film, non ha solo reso più intelligenti le scimmie, ma ha sterminato la popolazione mondiale, propagandosi come un virus.

A San Francisco resiste una colonia di uomini geneticamente immuni, che sta però esaurendo l’energia a disposizione. L’unica possibilità di continuare a sopravvivere e di comunicare col resto del mondo è quella di riattivare una diga, che produce energia, proprio nei boschi di Muir.

Guidati dallo scienziato Malcolm, un piccolo gruppo si inoltra nella vegetazione, per cercare di individuare la diga e rimetterla in funzione.

Qui avviene il primo incontro con le scimmie senzienti: uno degli uomini, impaurito, si mette a sparare.

La reazione di Cesare è compassionevole ed efficace. Dopo avere chiarito a Malcolm che  due popoli devono vivere separati, il giorno successivo, sotto il suo comando, tutti i primati si presentano alle porte del rifugio scelto dagli uomini a San Francisco, per mostrare la loro forza.

Ma per Malcolm e per Dreyfus, il capo militare della colonia, è troppo importante riattivare l’unica fonte di energia.

Così lo scienziato chiede tre giorni di tempo per mettere in piedi una nuova spedizione che dovrà convincere Cesare e sistemare la centrale idroelettrica: se la spedizione dovesse fallire, Dreyfus attaccherà i boschi di Muir con il devastante arsenale militare, custodito nel rifugio.

Il film, diretto da Matt Reeves (Cloverfield, Blood Story), è molto più di un blockbuster estivo. Con grande intelligenza, il regista ed i suoi sceneggiatori – Rick Jaffa, Amanda Silver e Mark Bomback – sembrano ignorare tutti i cliché del moderno cinema d’azione.

Costruiscono sapientemente un film dal passo potente e shakespeariano, in cui Cesare è il vero protagonista: un re magnanimo e illuminato, minacciato dall’odio che cova tra le sue fila.

La sua figura imponente ed equilibrata evoca la determinazione lincolniana, ma in questi giorni in cui il conflitto israelo-palestinese conosce una nuova tragica recrudescenza, sembra richiamare anche la parabola umana e politica di Yitzhak Rabin.

Reeves mostra come il virus della violenza e della sopraffazione armata si insinui inesorabilmente nei due gruppi sociali, rappresentando la risposta più facile alle sfide complesse della convivenza.

L’odio, la diffidenza reciproca, il senso di superiorità sono tutti sentimenti che forzano tragiche soluzioni conflittuali.

La spirale della violenza, una volta innescata, finisce per travolgere ogni cosa, soffocando anche le voci più forti.

Come già in Cloverfield, Reeves usa il racconto di genere per mettere in scena le nostre paure più profonde. La sua è evidentemente una grande allegoria contemporanea, mascherata da racconto di fantascienza, come nella migliore tradizione del genere.

Quando gli umani minacciano di far saltare le due torri sulle quali le scimmie si sono rifugiate, un brivido corre lungo la schiena dello spettatore.

Eppure il film di Reeves non è solo un sontuoso ritratto dei nostri timori più profondi, ma anche un meccanismo spettacolare impressionante, soprattutto nella seconda parte.

L’attacco delle scimmie alla roccaforte umana, la presa del carro armato da parte di Koba e le razzie nei palazzi svuotati del potere umano, sono immagini che non si dimenticano.

Così come il Nolan del Cavaliere Oscuro, Reeves costruisce un racconto che risuona a molti livelli, che tocca corde sensibili. Rispetto a Nolan, Reeves però è assai meno ambiguo: è evidente, ad esempio, la sua posizione sul controllo delle armi, così come quella sull’esercizio della forza, nella risoluzione dei conflitti.

Solo nel finale – che sembra rendere omaggio ad Apocalypse Now – il film si concede qualche cedimento, rispetto al chiarissimo messaggio pacifista, che lo anima sin dall’inizio.

Un capitolo a parte andrebbe dedicato all’interpretazione di Andy Serkis nel ruolo di Cesare. Lo scriviamo da molti anni, ma all’artista della performance capture bisognerebbe riconoscere di aver creato nel corso degli anni ed a partire dal Gollum de Il signore degli anelli, una serie di personaggi memorabili, integrando sapientemente doti recitative fuori dall’ordinario, con le tecniche più evolute nel campo dell’informatica applicata.

Anche questa volta la sua interpretazione lascia senza parole. Aiutato da una sceneggiatura che gli regala un personaggio enorme e tragico, Serkis lo rende più umano degli umani.

Al suo confronto, il resto del cast sembra sbiadire pallidamente, compreso il solitamente efficace Gary Oldman. Occorre però dire che l’idea di Hollywood di trasformare l’ottimo caratterista Jason Clarke – qui, in Everest e nel prossimo Terminator – nell’eroe d’azione del nuovo decennio, appare francamente velleitaria.

Apes Revolution debutterà il prossimo 30 luglio nelle sale italiane. E’ una data inconsueta, coraggiosa, in linea con le sfide che Reeves ed i suoi collaboratori si sono posti con questo film, vincendole tutte.

Non perdetelo.

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