L’alba del pianeta delle scimmie

L’alba del pianeta delle scimmie ***

Amanda Silver e Rick Jaffa.

Sono gli sceneggiatori di questo nuovo episodio del pianeta delle scimmie ed assieme a Rupert Wyatt hanno compiuto un piccolo miracolo, restituendo dignità ed interesse ad una serie penalizzata da troppi sequel e da un remake girato da Burton dieci anni fa, capace di stroncare qualsiasi velleità di ulteriori seguiti.

Ed invece i due hanno scritto un bellissimo episodio d’inizio, che è anche un po’ remake del quarto 1999 – Conquista della terra, e forse un prequel del Planet of the Apes del 2001, approfondendo un aspetto che era rimasto sinora poco esplorato: com’è stato possibile per i primati avere la meglio della civiltà umana?

Certo, ci sono le semplificazioni tipiche del blockbuster estivo: i CEO delle corporation farmaceutiche, nella parte dei cattivi e due protagonisti umani, James Franco e Freida Pinto, imbarazzanti per pochezza espressiva. Ma il film è riuscito e godibile.

Il pianeta delle scimmie, tratto dal romanzo di Pierre Boulle e diretto nel 1968 da Franklin Schaffner con Charlton Heston, era una parabola inesorabile sui pericoli deriva atomica, capace di annientare l’umanità e di restituire alle scimmie il controllo del pianeta, in una sorta di incubo evolzionista alla rovescia.

Il nuovo film di Rupert Wyatt, alla sua seconda regia dopo l’esordio indipendente e quasi invisibile di The Escapist, riazzera l’immaginario fantascientifico, per privilegiare un meccanismo di costante progressione drammatica, fino all’apocalittico finale sul Golden Gate di San Francisco.

Wyatt coraggiosamente dimentica quasi ogni elemento originale, per trarre ispirazione da modelli molto diversi, che vanno dai Freaks di Browning a The Elephant Man di Lynch. Si rivede Charlton Heston nei panni dell’astronauta George Taylor, nella tv di uno dei personaggi del film, ma è solo una brevissima concessione nostalgica…

Il paradosso della scimmia intelligente, non è che una metafora dello stesso film: in una stagione di blockbuster decerebrati ed infantili, L’alba del piantea delle scimmie è differente e si impone con la forza delle idee.

Il protagonista è Will Rodman, scienziato che lavora per una potente compagnia farmaceutica, per la quale sta studiando un virus capace di vincere l’alzheimer, l’ALZ 112. Il padre di Will è malato da diverso tempo e l’interesse scientifico si unisce, come spesso succede, all’esperienza personale ed alla mozione degli affetti.

La cura che Will sta sperimentando sembra rigenerare le cellule colpite, aumentando anche esponenzialmente l’intelligenza delle cavie.

Nel corso della sperimentazione sulle scimmie qualcosa va storto e la compagnia gli impone di abbattere tutti i primati. Si salva solo il figlio di uno scimpanzè, sfuggito ai controlli, che Will sottrae ai laboratori e cresce in casa, come un animale domestico.

Caesar dimostra subito un’intelligenza superiore, forse trasmessagli dalla madre, soggetta alla sperimentazione col virus anti-alzheimer.

Dissuaso dal proseguire i suoi studi, Will finisce per sperimentare sul padre l’ALZ 112, che dopo un primo periodo di indubbio successo finisce per essere neutralizzato dagli anticorpi umani, facendo progredire nuovamente la malattia.

Nel frattempo passano gli anni, Caesar diventa sempre più intelligente e Will conosce Caroline, una veterinaria che condivide il suo entusiasmo per gli scimpanzè.

La scimmia non sviluppa solo capacità cognitive e comunicative, ma anche emozionali ed affettive. Quando un vicino di casa se la prende con il padre di Will, gravemente malato, la reazione di Caesar metterà nei guai Will e porterà alla loro separazione.

Rinchiuso in una gabbia, assieme ad altre scimmie, Caesar medita la fuga, mentre Will riprende la sperimentazione di una nuova versione del virus, l’ALZ 113, ancora più potente, su altre cavie da laboratorio…

Il film è uno straordinario percorso di formazione e integrazione, che si apre a letture imprevedibili, come tutti i grandi racconti archetipici: attraverso la rivolta di Caesar alla violenza istituzionalizzata ed al pregiudizio, Rupert Wyatt arricchisce il film di significati universali, che vanno molto al di là del puro cinema d’azione. La scimmia intelligente non può che scontrarsi con la crudeltà e l’ottusità degli uomini.

Wyatt riparte dagli occhi, memore forse dell’iride di 2001, altro grande racconto fantascientifico, contemporaneo di quello di Schaffner, ed inverte due volte il punto di vista originale, rovesciando l’assunto delle scimmie dominatrici e rendendo Caesar il cuore narrativo del suo film.

E non è un caso che le scimmie cambino colore degli occhi, dopo la sperimentazione: al cinema è sempre una questione di sguardi.

L’alba del pianeta delle scimmie ha il respiro tragico e shakesperiano di una lotta impari contro l’onnipotenza del progresso scientifico e contro la disumanità del potere.

E non è un caso che il monito arrivi da un film in cui tutti i protagonisti sono generati interamente da elaborazioni computerizzate… Siamo al trionfo della più pura illusione cinematografica, in un territorio di frontiera battuto da pionieri come James Cameron e Peter Jackson: il cinema è un continuo paradosso tra arte e commercio, artigianato e industria, racconto e tecnologia.

Il prezioso lavoro di Andy Serkis, che interpreta Caesar in performance capture, arricchisce di sfumature impensabili e di sottile malinconia un ruolo che racconta magnificamente la condizione di ogni esule, di ogni migrante, di ogni diverso costretto a vivere fuori dal proprio mondo, in una sorta di cattività da cui non si può che sperare di fuggire.

La contaminazione intanto è avvenuta, il virus dilaga, nessuno è più innocente. E al sicuro…

9 pensieri riguardo “L’alba del pianeta delle scimmie”

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