Blood Story – Let me in

Blood Story – Let me in ***

C’era una volta un bellissimo film svedese, che raccontava con inquietudine e orrore l’ansia di diventare grandi, i soprusi dell’infanzia, l’amicizia e la solidarietà che sfumano nell’amore eterno.

Quel film epocale, inconsueto, disturbante, che usava la metafora del vampirisimo per raccontare una piccola storia d’amore sul limitare tra l’infanzia e l’adolescenza, è uscito nel 2008 e si chiamava Lasciami entrare.

Diretto da Thomas Alfredson ed interpretato da due ragazzini formidabili, è stato una delle più belle sorprese dell’anno.

Il successo di critica e la considerazione guadagnata anche negli Stati Uniti, hanno spinto Matt Reeves, reduce dall’altrettanto formidabile Cloverfield, a provare l’azzardo di un remake immediato.

Reeves è ritornato al romanzo di John Ajvide Lindqvist, da cui l’originale era tratto, per darne una nuova interpretazione, trasportando la storia nell’America reaganiana degli anni’80, in un New Mexico sommerso dalla neve.

Reeves, nel tentativo di evitare l’effetto fotocopia, ha cambiato la struttura narrativa almeno iniziale del film, cominciando in media res e poi tornando indietro di due settimane, con un flashback che ricostruisce l’incontro tra Owen e Abby: lui, vessato dai compagni di classe e oppresso da una madre appena separata ed iperreligiosa, che non vedremo mai in volto; lei, solitaria creatura della notte, che pare non sentire il freddo.

I due abitano fianco a fianco in un condominio popolare. Nella notte buia, illuminata dalla luce gialla dei lampioni, si scambiano un cubo di rubik e un po’ di solitudine.

Dire di più sarebbe rovinare la sorpresa a coloro che non hanno visto l’originale e che meritano di scoprire passo dopo passo la bellezza di questa storia ancestrale, bellissima, sconvolgente.

Let me in ha un solo limite, in verità: essere arrivato tardi.

Chiunque abbia visto l’originale, potrà comunque apprezzare le scelte di regia, la sobrietà delle scelte di Reeves, la ricerca di una fotografia capace di staccarsi dal candore dell’originale, per seguire dominanti più calde.

Potrà apprezzare la straordinaria bravura dei due interpreti bambini Kodi-Smith McPhee (The Road) e Chloe Moretz (500 giorni insieme, Kick Ass), la brutalità rassegnata di Richard Jenkins nei panni del “padre” e la pervicacia di Elias Koteas nel ruolo ingrato del poliziotto.

Quello che manca però a Let me in – per chi conosca Lasciami entrare – è il mistero, il lento avvicinarsi alla verità e la progressiva accettazione di Owen dell’eccezionalità di Abby: soprattutto la seconda parte segue quasi esattamente l’originale, sino alla sconvolgente scena della vendetta in piscina.

Non è colpa di Reeves, naturalmente, se non in senso radicale.

Il film è poi funestato da una fastidiosa e invadente colonna sonora dell’altrimenti bravo Michael Giacchino, che il regista non è riuscito ad arginare, riempiendo ogni inquadratura dello stridore degli archi: un po’ di silenzio in più non avrebbe certo danneggiato la pellicola.

La forza del racconto di Lindqvist resiste, in ogni caso, alla doppia rappresentazione ravvicinata e ne esce paradossalmente rafforzata.

Let me in è certamente un bellissimo racconto di formazione, doloroso, cupo, pieno di orrore, come solo le favole sanno essere.

Chi non ha visto Lasciami entrare e lo sceglierà, per caso o per volontà, ne resterà sorpreso ed affascinato. Agli altri consigliamo comunque l’originale svedese, forse più compatto, più inquietante, più ambiguo.

Resta, come sottotesto, una domanda essenziale: c’era bisogno di questo remake americano, pur ben riuscito?

Se l’obiettivo era quello di consentire al pubblico americano, allergico ai sottotitoli, di apprezzare la storia di Lindqvist, Reeves non ci è riuscito: Let me in ha incassato solo 12 milioni negli Stati Uniti e 9 nel resto del mondo, poco di più dell’originale.

Peccato, la missione è fallita: quello che rimane è un ottimo film. Non è poco.

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