Lincoln

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Lincoln ***

Da molti anni ormai le straordinarie capacità narrative di Steven Spielberg sono state attratte da due differenti fonti d’ispirazione: il racconto spettacolare e d’avventura è stato affiancato da un interesse storico sempre più forte, capace di mettere in scena alcuni momenti fondanti di quella visione inclusiva della società, che è sempre stata la cifra più evidente della sua idea del mondo.

Già Incontri ravvicinati ed E.T. mostravano, con la forza della metafora e del racconto fantastico, uno spirito profondamente democratico, aperto alla bellezza di ciò che sembrerebbe lontanissimo da noi e dalle nostre convinzioni.

A partire da Il colore viola e da L’impero del sole, Spielberg ha cominciato a raccontare in modo più diretto alcuni episodi chiave della storia del Novecento, col desiderio di mettere in luce la crudeltà dell’emarginazione e del pregiudizio e la violenza istituzionalizzata che l’ha sempre utilizzata a suo vantaggio.

Con Schindler’s list il suo interesse di storico è sembrato via via avere il sopravvento riducendo le sue opere fantastiche, con qualche rara eccezione, a puro strumento hollywoodiano di mantenimento di una posizione di potere, raggiunta con una carriera di successi senza precedenti.

Lincoln è il coronamento di un progetto a lungo coltivato: raccontare il sedicesimo presidente, uno dei padri della nazione, attraverso la sua battaglia costituzionale per l’abolizione della schiavitù, ritornando in tal modo ancora una volta sui temi della segregazione razziale e del riconoscimento dei diritti.

Il film si concentra sui pochi giorni del gennaio 1865, nei quali Lincoln, deciso a mettere fine alla Guerra di Secessione abolendo la schiavitù in tutti gli stati, con un emendamento alla Costituzione, si impegnò strenuamente all’interno del suo governo, come nel partito repubblicano che aveva la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti.

Ma per ottenere la maggioranza necessaria era indispensabile avvicinare almeno 20 tra i democratici del sud, apparentemente contrari all’abolizione, per convincerli a votare a favore dell’emendamento.

La guerra, che aveva segnato i primi quattro anni del mandato presidenziale di Lincoln ed i suoi rapporti con la moglie Mary ed i figli, sembrava volgere a vantaggio dell’esercito unionista, guidato dal fidato Generale Ulysses S. Grant, ma occorreva un atto politico che fosse in grado convincere i ribelli confederati alla resa.

Lincoln si era convinto che tale atto fosse l’abolizione della schiavitù, già propiziata con il Proclama di emancipazione del 1862, relativo però solo agli stati confederati del sud: per spingerli alla resa ci voleva una norma che non fosse possibile scavalcare con la legge di un singolo stato.

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La proposta di 13° emendamento fu depositata alla Camera a Washington nel mese di gennaio 1965: Lincoln contava di approvarla entro la fine del mese, approfittando della debolezza di un parlamento in cui siedevano ancora molti deputati non rieletti alle elezioni del novembre precedente, che erano quindi liberi di votare secondo coscienza o per interesse, senza timore della riconferma e del giudizio degli elettori.

Sfruttando sapientemente le debolezze di ciascuna parte, dai radicali abolizionisti ai titubanti democratici, ai maggiorenti del partito repubblicano a cui interessava solo porre fine alla guerra, Lincoln forzò una votazione che riteneva essenziale e che divenne la pietra angolare del lunghissimo processo di integrazione razziale.

Lincoln però non era così idealista da non sapere che molti deputati potevano essere avvicinati con proposte ed offerte e convinse il Segretario di Stato, William H. Seward, ad assoldare un gruppo di lobbisti, per scovare i punti deboli dei suoi avversari e sfruttarli a suo vantaggio.

Un capolavoro di realpolitik, si sarebbe detto ai giorni nostri: ma il Lincoln dipinto da Spielberg è un gigante, non solo per la statura ed i modi pacati e solenni, ma altresì per l’arguzia politica e la capacità di parlare al popolo con la sua lingua.

Il Lincoln di Daniel Day Lewis è un superbo narratore, un affabulatore capace di piegare con la forza del racconto qualsiasi resistenza e di incantare il suo uditorio, grazie ad una sapienza che sembra derivargli da una lunga tradizione orale, che in lui trova una voce assoluta.

Molte volte nel film, messo alle strette dai suoi avversari e dai suoi stessi compagni di governo e di partito, Lincoln riesce ad avere la meglio grazie alla sua straordinaria abilità retorica ed ai suoi memorabili aneddoti, capaci di vincere ogni residua resistenza, con la semplicità del buon senso e con la forza, quasi soprannaturale, di chi si sente predestinato.

Scritto dal commediografo Tony Kushner, a partire dal romanzo Team of Rivals di Doris K.Goodwin, Lincoln si giova di un cast di comprimari pressoché sterminato, tra i quali occorre ricordare almeno Sally Field, nei panni di Mary Todd, turbata dalla morte del figlio Willie durante la guerra e preda di una depressione profonda e di sbalzi d’umore, che a stento il Presidente riusciva a controllare.

Avversario prima e quindi alleato di Lincoln, il deputato radicale Thaddeus Stevens è interpretato da Tommy Lee Jones con la consueta ammirevole determinazione e umanità, mentre il Segretario di Stato è il perfetto David Strathairn.

Lincoln è interpretato da Daniel Day-Lewis.

Raccontarvi la straordinaria prova mimetica dell’attore irlandese è esercizio quanto mai frustrante: andate a cinema a vederlo – magari in lingua originale – vi basteranno pochissimi minuti, per rendervi conto di quanto inutile sia tentare di contenere in poche parole il lavoro magnifico svolto sul personaggio, a partire dalla postura, dall’uso delle mani, dalla modulazione della voce e dalla cadenza.

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Ma la sua non è solo tecnica, metodo Stanislavskij: il suo Lincoln è uomo tra gli uomini, padre amorevole, politico scaltro, comandante in capo in tempo di guerra, guida morale e artefice della Storia. Un uomo spesso solo, ripreso controluce o nel buio della Casa Bianca, lontano dai dibattiti infuocati della Camera e del Senato, ma capace di assumere su di sé tutto il peso della Storia, come nel momento decisivo in cui scrive e riscrive la lettera da trasmettere al Generale Grant con cui rifiuta di ricevere gli emissari sudisti, venuti a trattare la resa. Memorabile.

Daniel Day Lewis è certo aiutato dalla regia di Spielberg, che mai come in questa occasione si mette a disposizione della sua maiuscola performance, rinunciando a qualsiasi inutile spettacolarità, assecondando il lavoro dei suoi collaboratori e creando un equilibrio drammatico perfetto, senza quasi mai cedere alla retorica più appiccicosa.

Janus Kaminski inquadra il presidente quasi sempre in controluce, attraverso le grandi finestre della Casa Bianca, in un gioco di ombre di taglio e di illuminazione minima e bianchissima, che sono la cifra riconoscibile di un artista, cresciuto quasi interamente alla factory di Spielberg.

La colonna sonora di John Williams è giustamente minimalista e non disdegna il piano solo.

Qualcuno ha criticato la scelta di aver prolungato il finale del film sino alla morte di Lincoln, avvenuta il 15 aprile 1865, per mano di un attore simpatizzante per i confederati.

In effetti gli ultimi minuti suonano come un’inutile sottolineatura, anche se la scena dell’omicidio è risolta da Spielberg con un’ellissi meravigliosamente efficace.

Lincoln sta avendo negli Stati Uniti un successo che supera forse anche le aspettative più rosee dei suoi realizzatori: si tratta del lungo racconto di una battaglia parlamentare avvenuta 150 anni fa, il cui esito tutti conoscono.

E’ il suo limite, forse, ma anche la sua forza, per chi abbia la pazienza di lasciarsi trasportare dal più classico dei narratori della New Hollywood.

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