Atlantis

Atlantis ***

Premio per il miglior film di Orizzonti alla Mostra di Venezia del 2019, Atlantis è il quarto lavoro dell’ucraino Valentyn Vasyanovych, rimasto colpevolmente inedito nel nostro Paese.

Vasyanovych sarà nel concorso principale di Venezia 78 con il nuovo lungometraggio Reflection: ci è parso necessario recuperare almeno il suo film precedente, un ritratto post-apocalittico ambientato nel 2025, alla fine del conflitto fratricida tra Russia e Ucraina.

Conosciamo le tensioni e le violenze perpetrate da Putin nel Donbass in questi anni, ma Atlantis va oltre, immaginando un futuro distopico e desolato, in cui si può solo malinconicamente resistere alle forze centrifughe che il conflitto ha scatenato.

Il film si apre con le immagini di una sepoltura. Due uomini che scavano una fossa e dopo averne colpito a morte un altro con la vanga, lo sotterrano. La scena è ripresa dall’alto con le sagome dei personaggi come filtrate da un termografo.

Sergej e l’amico Ivan sono due reduci, ma dalla guerra non sono mai usciti davvero: vanno a sparare alle sagome nella neve, si ritrovano in un rifugio dove passano le loro serate a bere.

Ivan lavora come saldatore in una grande fabbrica d’acciaio che i nuovi proprietari americani stanno per chiudere, ma ogni cosa ha perso di senso e all’ennesimo rimprovero, si butta nella fornace.

Sergej invece guida un camion con acqua potabile, trasportandola in giro per la regione, martoriata dalla guerra che ha lasciato dietro di sè falde inquinate, campi minati, terre incolte, appartamenti distrutti.

Restano le macerie di una vita perduta, che Sergej attraversa silenziosamente, fino a che incontra Katya, un’archeologa, volontaria di un’associazione che cerca di recuperare i cadaveri sotterrati e quelli sepolti nelle fosse comuni, per ridare a loro e ai parenti la dignità di un addio.

In uno spazio alieno, tra cumuli di macerie e grandi ciminiere pronte a spegnersi per sempre, può ancora nascere un sentimento minimo, un abbraccio che riaccende quel termografo dell’inizio, in senso radicalmente diverso.

Il film di Vasyanovych è costruito magnificamente su campi medi e lunghi, quasi sempre a camera fissa, con una composizione del quadro stupefacente e un’illuminazione naturale che toglie il fiato. Il regista firma anche la fotografia del suo film e la cura formale con cui costruisce il suo lavoro è encomiabile e rigorosa, lasciandoci avvicinare a poco a poco a Sergej, al suo mondo, fino a quell’abbraccio finale.

Pur essendo un racconto ambientato in un prossimo futuro, Atlantis ha una dimensione politica fortissima, che tuttavia non sovrasta mai la dimensione esistenziale.

Vasyanovych non è intenzionato ad alzare la voce, eppure la devastazione ecologica e sociale del Donbass è la dimensione necessaria con cui tutti i suoi personaggi sono costretti a dialogare.

Costruito per lunghe scene significanti, ogni piano sequenza si imprime nella memoria con un’impronta destinata a durare: l’autopsia del cadavere decomposto, la scoperta della fossa comune, il suicidio di Ivan nella fornace, Sergej che cerca di stirare un paio di pantaloni, il suo bagno improvvisato in mezzo alle pietre, la scoperta di una casa devastata e abbandonata.

Per non dire del finale, con l’avvicinamento dei due personaggi, mentre la pioggia bagna e oscura il vetro del furgone in panne.

La grande ricerca formale tuttavia non inganni, Vasyanovych se ne serve per creare una dimensione irreale, che serve a farci comprendere lo spaesamento straniante, la desolazione in cui vivono i suoi personaggi.

Così come la scelta di ambientare il film in un futuro prossimo, serve al regista per mostrarci  che il suo Paese ha compreso perfettamente il proprio destino, eppure non si rassegna alla fuga, resta attaccato tenacemente a quel residuo di calore e di umanità che il termografo ancora registra.

Mentre tutto attorno, la disperazione diventa l’unica moneta rimasta.

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