On the Job

On the Job **1/2

Altro incontro necessario, prima di Venezia 78, è quello con il poliziesco del filippino Erik Matti, On the Job, presentato alla Quinzaine nel 2013.

Al Lido arriverà infatti in concorso il fluviale On the Job 2: The Missing 8, nato originariamente come una web series e poi invece trasformato in un lungometraggio che recuperi tutti i fili rimasti in sospeso dal primo capitolo, indagando questa volta la corruzione dei media e del governo.

Il primo film era nato dai racconti di un driver assunto dalla sua casa di produzione, un ex detenuto, che aveva rivelato a Matti di essere stato un killer a contratto negli anni di galera, usufruendo di permessi ad hoc e di protezione politica.

La pre-produzione è stata piuttosto complicata, così come i finanziamenti, fino a che non è intervenuta Michiko Yamamoto, sceneggiatrice e moglie di Matti, a finalizzare il copione, dopo nove riscritture parziali.

Il film si apre con due killer, il maturo Mario “Tatang” e il più giovane Daniel, che uccidono in pieno giorno e durante una festa in strada, Tiu, uno dei signori della droga locale.

Sorprendentemente, dopo aver ricevuto il compenso per l’omicidio dal loro intermediario, la misteriosa Thelma, i due ritornano nel carcere, dove sono detenuti.

A commissionare l’omicidio è stato il Generale Pacheco, in corsa al senato e sodale del deputato Manrique.

Al genero di Manrique, Francis, che lavora nella NBI (National Bureau of Investigation), vengono affidate le indagini sull’omicidio di Tiu, con l’intenzione non dichiarata di insabbiarle.

Solo che nella polizia locale, il sergente Acosta ha intuito la lunga ragnatela che arriva sino ai piani alti del potere.

Nonostante le incomprensioni tra Acosta e il giovane Francis, la verità si farà strada in modo sempre più chiaro, ma riuscire ad ottenere le prove della corruzione e delle macchinazioni criminali del Generale Pacheco e di Manrique sarà pericolosissimo.

Il film di Matti è un poliziesco costruito tutto attraverso l’opposizione tra le due coppie di protagonisti. Un’opposizione inizialmente interna a ciascuna coppia, che ricalca il rapporto tra padri e figli, quindi di ciascuna delle due rispetto all’altra, quando le indagini e gli omicidi prendo a muoversi in parallelo, fino a convergere in sottofinale.

Il film usa il montaggio alternato e una bella libertà nella messa in scena urbana, per raccontare la confusione che oscura la verità e lascia spesso nel dubbio anche lo spettatore, sorpreso dalle continue svolte narrative, che la sceneggiatura introduce nel corso di tutto il film.

In un contesto in cui ogni regola morale, sia pure quella criminale, viene regolarmente frustrata, il film scivola verso un orrore sempre più atteso, ma non per questo meno amaro.

La critica di Matti alla corruzione imperante si fa via via più esplicita: una corruzione che confonde politici e gangster, in un unico indistinto e che strazia ogni ipotesi di giustizia, nelle esecuzioni a freddo di chi sa e nelle coperture dei media, che influenzano l’opinione pubblica.

Non c’è salvezza possibile, ciascuno sprofonda nel proprio inferno individuale, la parola vale lo spazio di un momento e tutti sono inclini al tradimento, per il proprio tornaconto.

Per chi non si adegua, non resta che il martirio o la follia.

Feroce critico del governo di Duterte, Matti gira un film di genere senza scorciatoie d’autore, rispetta le regole di un poliziesco che condivide l’amarezza e la disillusione dei grandi polar francesi o, se volete, del cinema di Johnnie To.

Una piccola scoperta.

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