No Bears – Gli orsi non esistono

No Bears – Gli orsi non esistono ***

Mentre Jafar Panahi è stato nuovamente arrestato ed è in attesa di processo, col rischio di una nuova pesante condanna, alla Mostra di Venezia debutta il suo nuovo lungometraggio, un altro lavoro personalissimo sullo scontro tra realtà e rappresentazione e sulla fatica del fare cinema in clandestinità, un testo ricco e stratificato che racconta la sua condizione personale e quella di uomini e donne che cercano ogni giorno di mettere in discussione una cultura arcaica, patriarcale e violenta, recuperando la libertà dei propri desideri.

Il regista Panahi sta cercando di dirigere il suo nuovo film da un piccolo paese al confine con la Turchia, collegato via internet, mentre la sua troupe di trova già fuori dall’Iran.

I suoi attori, un uomo e una donna, mettono in scena la propria storia di dissidenti che cercano un modo per fuggire all’estero. Dopo molti tentativi i trafficanti di uomini gli hanno promesso documenti rubati a turisti stranieri, da utilizzare per passare il confine.

Nel frattempo la connessione nel piccolo paese in cui si è rifugiato Panahi, che non potrebbe dirigere nuovi film e uscire dall’Iran, è debolissima e spesso di interrompe.

Il suo aiuto regista lo va a trovare con l’hard disc delle riprese effettuate in sua assenza e lo accompagna di notte sulal strada dei contrabbandieri, dove l’aspettano per farlo fuggire.

Panahi ci ripensa, torna indietro, ma nel piccolo paese lo accusano di aver scattato una foto compromettente a due giovani. Lui è Soldooz, uno studente dell’università di Teheran, cacciato per le sue idee, lei invece è Ghozal, promessa alla nascita, come da consuetudine locale, ad un altro uomo, Yaghoob, che ora pretende di sposarla.

La foto che Panahi avrebbe scattato sarebbe la prova del disonore subito da Yaghoob, che medita vendetta a danni di Soldooz.

Interviene il padrone di casa di Panahi, per convincerlo a consegnarla, poi lo sceriffo. Ma la foto non esiste, forse Panahi l’ha cancellata, forse non l’ha mai scattata. Poco importa perchè l’onta che Yaghoob pensa di aver subito è inarrestabile e non si ferma neppure di fronte alla consegna della memory card della macchina fotografica e alla “cerimonia del giuramento” a cui Panahi accetta di sottoporsi, a modo suo, per giurare di non avere la foto incriminata.

Mentre il film sembra sul punto di interrompersi, perchè i due attori fuggono davvero, Panahi è invitato ad abbandonare il paese. Sulla strada tuttavia, i cadaveri trucidati di Soldooz e Ghozal raccontano un’altra storia.

No Bears, come accade ormai regolarmente dal 2010, è un film invisibile, girato da Panahi nello spazio che gli viene concesso dal regime, uscito di contrabbando dall’Iran verso l’occidente. Come Taxi Teheran e Tre volti è un film che racconta tutte le difficoltà del suo farsi, i limiti che lo costringono.

Eppure questa volta il lavoro di Panahi sembra diviso in due. La parte del film dentro il film è fragile, irrisolta, piuttosto maldestra anche. Quella che invece segue il regista nel piccolo paese di frontiera è veramente formidabile, stratificata, filosoficamente densa e emozionalmente travolgente.

Panahi gioca al ruolo dello straniero che arriva in una realtà di provincia, legata a tradizioni arcaiche e a pratiche fuori dal tempo e perde a poco a poco tutte le sue certezze.

Come spesso accade nel cinema iraniano, tutto ruota attorno ad un’immagine assente, ad un fuori campo che diventa un pretesto per mettere in moto un meccanismo drammatico inesorabile, che si lega ad una cultura che il regista non conosce e non comprende, facendosi tuttavia complice involontario di quel meccanismo infernale

A quel punto neanche la fuga è un’opzione davvero possibile. Di fronte all’irrompere tragico della realtà il cinema non può che fermarsi, restare un passo indietro e andare a nero.

Anche questa volta nonostante l’ospitalità di pura facciata, in queste vallate di provincia c’è un Paese immobile e arcaico, violento e superstizioso.

Il messaggio che chiudeva Tre volti, con la fuga come unica speranza per i più giovani, questa volta è ancora più cupo:  neppure quella strada è davvero percorribile.

Sia pure diseguale, No Bears è un’altra testimonianza necessaria, non solo della voce limpidissima di Panahi, ma della forza disperata del suo cinema, che continua a interrogare il suo Paese e a sfidare la sua censura e le sue istituzioni.

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