Tre Piani

Tre Piani **

Tredicesimo film di Nanni Moretti, a sei anni di distanza dall’ultimo commosso Mia madre, Tre piani è il primo, tra i lungometraggi del regista di Bianca e Caro Diario, che adatta da un lavoro già esistente, il romanzo di Eskol Nevo, uscito nel 2017 e ambientato a Tel Aviv.

Moretti invece, con Valia Santella e Federica Pontremoli, ha deciso di trasportare il racconto a Roma, in una bella palazzina a tre piani.

La storia si apre di notte, quando la giovane Monica, incinta della suo prima figlia, esce di casa per correre in ospedale a partorire. Il marito lavora sempre lontano e non ha nessuno con lei, perchè la madre è ricoverata in una struttura psichiatrica da molti anni.

In quel momento rientra in auto ubriaco Andrea, figlio di due giudici Vittorio e Dora, che abitano nello stesso palazzo.

Prima di infilarsi con l’auto direttamente al piano terra, sfondando l’appartamento di Lucio e Sara, Andrea travolge una donna che stava attraversando sulle strisce.

E’ solo il primo degli eventi nefasti che segnano la vita di coloro che vivono in quei tre piani.

Pochi giorni dopo l’incidente, Lucio e Sara lasciano la figlia piccola, come accade spesso, al vicino Renato, che con la moglie Giovanna è una sorta di nonno per la bambina.

Solo che, durante una breve uscita per andare a prendere un gelato, Renato e la piccola si perdono e vengono ritrovati da Lucio in un parco vicino casa.

Lucio non riesce a levarsi dalla mente che l’uomo possa aver fatto qualcosa di male a sua figlia.

Mentre Renato è in ospedale lo assale cercando una verità che l’anziano non ricorda più. Nel frattempo da Parigi è rientrata anche la nipote di Renato, la sedicenne Charlotte, da sempre invaghita di Lucio, che cede alla tentazione e  finisce a letto con lei.

Quando Renato muore, la sua famiglia denuncia Lucio per aver violentato Charlotte.

Il tempo passa e la storia si riaggiorna dopo cinque anni e poi dopo altri cinque, seguendo le storie processuali e personali dei tanti personaggi.

Il romanzo di Nevo nasceva da un’intuizione narrativa piuttosto originale, ovvero descrivere la vita di tre famiglie sulla base delle tre diverse istanze freudiane della personalità – Es (Lucio e Charlotte), Io (Monica) e Super-io (i giudici Vittorio e Dora) – cercando una strada per raccontare le relazioni umane: dal bisogno di amore al tradimento; dal sospetto alla paura di lasciarsi andare.

Il film invece si allontana dalla struttura determinista del romanzo, ma non abbastanza, perchè la scrittura sembra ancora troppo debitrice di topoi e soluzioni, che possono anche funzionare sulla carta, ma che a cinema suonano immediatamente macchinosi, posticci, faticosi.

Non aiuta una messa in scena costruita sempre su sequenze autosufficienti, che si aprono e si chiudono con una dissolvenza a nero, come se fossero le pagine bianche all’inizio e alla fine dei capitoli.

Dopo essersi messo di lato, prima con Michel Piccoli per Habemus Papam, poi con Giulia Lazzarini per Mia madre, Moretti questa volta scompare proprio, forse alla ricerca di un modo nuovo di raccontare, che lo veda sempre meno sullo schermo e sempre più dietro la macchina da presa.

Tuttavia il tentativo sembra funzionare pochissimo.

E’ vero, ritorna il tema, ricorrente in tutto il suo cinema del rapporto conflittuale tra genitori e figli che, nel corso della lunga carriera morettiana, ha abbracciato entrambe le prospettive nella responsabilità dell’educazione, nel rimpianto per l’abbandono, nel vuoto della perdita, nel rancore del conflitto.

Bianca stesso si chiudeva con la tragica constatazione del protagonista arrestato di non aver potuto avere figli.

Il film non trova mai il ritmo, soprattutto nella prima parte gli eventi sembrano sempre capitare al punto giusto e mai effettivamente naturali. Si sentono i fili degli sceneggiatori che muovono personaggi mai realmente vivi.

Tutto l’intreccio sembra troppo programmatico, per funzionare davvero. Ogni parola è una sentenza e anche la direzione degli attori funziona ad intermittenza, frutto evidente di una scrittura drammatica faticosa, che regala a molti dei tanti caratteri solo qualche battuta che si perde rapidamente e non aiuta a chiarire la loro personalità, i loro desideri, le loro paure.

Manca quasi del tutto l’ironia, la leggerezza, in un film sempre cupo, preoccupato di dire le sue cose importanti. E che impone spesso anche una recitazione monocorde ai suoi attori, costretti a recitare sempre con il “personaggio accanto”.

Perchè infatti Lucio è così insospettito dall’incidente di Renato con la figlia? Ha motivo di dubitare di un anziano signore malato di Alzheimer? E perchè la famiglia di Charlotte lo denuncia, quando è de tutto evidente che sia stata lei a provocarlo e a spingerlo a tradire la moglie?

E i due giudici? E’ vero che il figlio sembra un poco di buono, ma i rapporti tesi tra di loro restano più detti, che mostrati.

Anche la parte di Monica, nonostante sia quella che, attraverso le visioni della donna, assume una dimensione meno realistica e più squisitamente cinematografica, è la più pasticciata e irrisolta delle tre, con una Rohrwacher che sembra fragile e disturbata, dopo appena una manciata di secondi del film.

Nel lungo finale, quando i nodi si sciolgono e le linee narrative di semplificano, lasciando sopravvivere quasi solo la storia di Dora, che cerca la riconciliazione col figlio Andrea, il film trova finalmente una sua misura e, grazie ad una sempre più sensazionale Margherita Buy, anche una sua bellezza poetica.

Nei suoi dialoghi con una vecchia segreteria telefonica su cui è rimasta incisa la voce del marito c’è tutta la sua misura, tutta la sua bravura, perchè la trovata romanzesca avrebbe potuto essere, anche questa volta, fatale al film.

Ma forse è troppo tardi e attorno a quel testardo tentativo di far sopravvivere l’amore filiale e matrimoniale, nonostante gli errori e le incomprensioni del passato, si sono accumulate troppe altre cose che appaio alla fine del tutto inutili.

Nel complesso Tre piani resta un film velleitario, mal costruito, irrisolto e spesso anche mal recitato, che vorrebbe dire molto, ma alla fine non lascia davvero nulla.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.