Cannes 2021. Bergman Island

Bergman Island *1/2

Al settimo lungometraggio in meno di quindici anni di carriera come regista e al suo debutto in lingua inglese, Mia Hansen-Løve deve aver compreso di poter fare finalmente il suo film metacinematografico e autobiografico, il suo Otto e mezzo insomma, rito di passaggio inevitabile, per ogni regista senza idee che si rispetti.

Meglio ancora se abbinato ad un omaggio a Bergman, ai suoi film, alla sua isola nel mar baltico, dove viveva e lavorava lontano dai suoi nove figli e dalle sue sei mogli.

I protagonisti sono ovviamente una coppia di scrittori-registi, che decidono di affittare la casa con il mulino in cui il grande svedese andava a riflettere e a creare e dove ha girato Scene da un matrimonio.

Lui, Tony, sicuro di sè, accolto con affetto da fans e ammiratori, coinvolto nelle attività della fondazione Bergman, metodico nello scrivere e vicino alla fine della prima stesura.

Lei, Chris, invece insicura, piena di dubbi, ripensamenti.

Dopo aver girovagato per un’ora di film sull’isola, tra safari, proiezioni e flirt occasionali, Chris decide di raccontare a Tony quello che ha scritto e qui comincia un altro film, una storia languida di amore romantico tra una regista di nome Amy e il suo primo amore, Joseph, che arrivano sull’isola di Fårö per un matrimonio.

Poi ovviamente il film nel film scolora nella realtà delle riprese, senza soluzione di continuità.

Il film della Hansen-Løve è quanto di più onanistico e ombelicale si possa immaginare. Costruito sul nulla per la prima ora, che ci porta a spasso per l’isola con le solite chiacchiere di cinema e vita, che non appassionano più nessuno, nella seconda parte tenta il solito detour romantico dei suoi lavori precedenti, in una sorta di bigino pieno di cliché adolescenziali, esistenzialismo un tanto al chilo, pene d’amor perduto, languide notti, carpe diem e tutto quello che si può trovare sul diario di ogni romantica quindicenne.

Bergman Island spreca un grande cast, con Tim Roth ridotto a spalla che sparisce a metà film, con Vicky Krieps che è tutta mossette e passeggiate, con Mia Wasikowska che è tutta un patema e Anders Danielsen Lie, protagonista dello splendido film di Joaquim Trier, The Worst Person In The World, che qui interpreta ugualmente l’oggetto del desiderio amoroso della protagonista con risultati purtroppo lontani in modo abissale.

Francamente bisognerebbe proibire ai registi troppo pieni di sè e senza pià nulla da dire di girare l’ennesimo inutile film autoriflessivo sul proprio lavoro, di cui nessuno sente francamente il bisogno.

Tedio, inesorabile tedio.

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