Mia madre

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Mia madre ***

La regista Margherita, in una delle prime scene di Mia madre, parlando con una delle sue attrici le chiede di non annullarsi completamente nel suo personaggio, ma di mettersi accanto ad esso.

E’ forse in questo tormentone ‘brechtiano’, ripetuto più volte nel corso del film, che si può trovare una delle chiavi per interpretarlo.

Arrivato al suo dodicesimo lungometraggio, Moretti sembra alle prese con gli interrogativi di sempre: il ruolo politico del cinema e la sua incapacità nel rappresentare la complessità del reale, l’inadeguatezza sentimentale e affettiva, il vuoto sgomento della morte, il mondo della scuola ed il senso della missione educativa.

La riflessione, cominciata con il trittico Ecce Bombo, Sogni d’oro e Bianca, sembra trovare in Mia madre nuovo spazio e nuove forme.

Michele Apicella non c’è più, ora ci sono Giovanni e Margherita: come è accaduto anche per Il caimano e Habemus Papam, Moretti si è messo ‘accanto’ al suo film, ha scelto per sè un ruolo laterale, minore, si direbbe, lasciando che l’autobiografismo sia mediato da una distanza, sempre più necessaria.

Ed allora la regista è Margherita, non Giovanni. Alle prese con un set difficile ed un film nato già vecchio: un gruppo di operai occupa una fabbrica, venduta ad un magnate americano, che minaccia di licenziare un terzo di loro.

Il protagonista del film nel film è un attore americano, che non si ricorda le battute, è incapace di recitare in italiano senza storpiare tutte le parole e fuori dal set è incontenibile e tiratardi.

Ma se questa è solo la cornice alla 8 e 1/2, all’interno della quale il mondo di Margherita comincia a mostrare le prime crepe, la crisi della protagonista è destinata ad aggravarsi nel privato: la madre è ricoverata in ospedale con problemi di cuore, la figlia adolescente è in settimana bianca col padre, ma i suoi voti in latino sono tutto fuorchè soddisfacenti, ed anche la relazione con il suo nuovo compagno – un attore del film – è arrivata al capolinea.

Margherita si trascina tra il set, l’ospedale e la casa materna, con un senso crescente di inadeguatezza: persino le sue notti sono affollate di sogni angoscianti.

Le certezze di una vita, i rigidi “schemi” che il fratello le rimprovera di non sapere rompere, vanno improvvisamente in frantumi, di fronte al dolore sempre più forte di un addio imminente: mentre la madre lentamente si avvicina alla morte, Margherita si trova costretta a riordinare i pensieri e le abitudini di una vita intera.

Impreziosito dalle interpretazioni magnifiche di Margherita Buy e Giulia Lazzarini, capaci di una naturalezza impressionante e di una forza drammatica profondamente commovente, senza mai essere retorica, il nuovo film di Nanni Moretti sembra essere uno dei più riusciti della seconda parte della sua carriera.

Costruito alternando, senza soluzione di continuità, passato e presente, realtà e sogno, Mia madre va sfrondato di tutta la sovrastruttura cinematografica, che sembra quasi voler occultare quello che in fondo è un atto d’amore e riconoscenza.

Non traggano in inganno la struttura frammentata, i sogni, il film nel film ‘felliniano’: quello che rimane, alla fine di Mia madre, è il ritratto di una donna amorevole e paziente, capace di trasmettere ai suoi alunni, così come ai suoi figli e nipoti, non solo insegnamenti e cultura, ma una profonda, sincera umanità.

Nel mostrarne gli ultimi tormentati giorni di vita, Moretti finisce per raccontare una storia che appartiene a tutti, certamente a molti.

Mia madre fa i conti con la morte, con il tentativo di occultarla, di allontanarla da sè, con un inganno destinato a finire: magari quando si vedono, in una delle scene più forti del film, i libri di una vita, raccolti negli scatoloni.

Tutto il resto, nel film, passa in secondo piano: l’ironia sulle idiosincrasie degli attori, i sogni di cinema, l’insofferenza della regista ai cliché autoimposti, le conferenze stampa piene di banalità, il ruolo politico dell’autore.

Sono tutti elementi che arricchiscono la narrazione e fanno contenti gli esegeti ‘morettiani’, ma che deviano dal cuore del film. Soffermarsi sulla loro interpretazione sarebbe vano e pure un po’ futile. Così come afferma Margherita nella primissima scena del film, il cinema è questione di sguardi e di distanza: e non è lì che bisogna guardare.

Moretti non ha la radicalità dell’Haneke di Amour, il soggetto forse era troppo personale per lui, per affrontarlo senza mediazioni: ma lo strazio della malattia, la morte e l’eredità morale che lascia un genitore, restano gli elementi centrali del suo film. Così come la consapevolezza che, nonostante tutto, la vita continua, come mostra la scena lunga e bellissima in cui Margherita e l’ex marito insegnano alla figlia ad andare in motorino.

Mia madre è un racconto universale, profondamente commovente, capace di toccare i sentimenti di ogni spettatore.

La stessa scelta di farsi da parte e lasciare il proscenio a Margherita Buy, suo alter ego artistico e ideale, è segno sia di una conquistata maturità autoriale, sia della necessità di mettere la giusta distanza tra sè e la sua storia, con un pudore ed un equilibrio che raramente gli avevamo riconosciuto.

La messa in scena è minimalista e trattenuta, profondamente semplice, lineare, con rarissimi movimenti di macchina, priva di ogni eccesso.

Non perdetelo.

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