Cannes 2021. Bloody Oranges

Bloody Oranges **1/2

Satira nera, nerissima quella di Jean Christophe Meurisse, il regista teatrale alle prese con il suo terzo lungometraggio che, fuori concorso e a mezzanotte, spinge alla risata più fragorosa nella prima parte e poi cambia tonalità, virando verso l’horror nella seconda.

A metà film una citazione dai Quaderni di Antonio Gramsci: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Il film si apre sulla riunione di una giuria di un concorso di ballo amatoriale, che deve selezionare le coppie che si esibiranno a livello regionale. Dieci minuti in cui in quel piccolo microcosmo si richiamano tutti i temi politici, sociali, culturali più discussi, rivoltandoli nei motivi per premiare una coppia o l’altra.

L’ironia feroce di Maurisse non risparmia nessuno: donne, diversamente abili, macronisti e oppositori, giovani e anziani, lavoratori pubblici frustrati.

Dopo l’incipit scopriamo che una delle coppie vincitrici, due sessantenni borghesi sono oberati dai debiti e la banca minaccia di pignorargli la casa, se non rientreranno.

La soluzione che propongono ai due funzionari è legata alla vittoria del concorso di ballo, che mette in palio un SUV 4×4.

Uno dei loro figli è un avvocato che lavora in uno studio prestigioso a cui si rivolge il ministro dell’economia che ha dei soldi all’estero. Un giornalista ficcanaso li ha scoperti e minaccia uno scandalo: lo studio dovrà insabbiare tutto, distraendo l’opinione pubblica con apparizioni televisive del ministro, assieme alla moglie, in programmi rosa del tutto improbabili.

Il terzo episodio racconta l’ansia di un’adolescente che sta per perdere la verginità con un ragazzo che la corteggia. Dopo una visita ginecologica surreale, le cose andranno come previsto, ma ci sarà una coda del tutto inattesa, che lega la sua storia a quella del ministro e poi richiede l’intervento dell’avvocato, figlio della coppia di ballerini.

Il film di Meurisse comincia come una commedia scatenata, scritta in modo affilato e intelligente, senza fare prigionieri.

Si muove su tre diversi filoni narrativi diversi e apparentemente separati, salvo convergere alla fine, dopo che è entrato in scena un serial killer che vive con un maiale e che non è meno crudele dell’enigmista di Saw.

E così passiamo senza soluzione di continuità dalle risate alle torture, alle vendette e alla morte, quando una nuova riunione della giuria dell’inizio, condanna gli anziani coniugi a decisioni irrevocabili.

Meurisse non ha timore di mettere in una satira letteralmente mostruosa, che travolge tutti i personaggi, incattiviti, meschini, bugiardi, senza alcuna esclusione.

Nessuno è innocente e la modestia, come spiega il capo dello studio legale, non funziona più: è il momento dell’arroganza sorridente e senza scrupoli.

Nonostante la messa in scena talvolta sembri sciatta, televisiva e le interpretazioni non siano tutte perfettamente calibrate, la scrittura travolgente di Meurisse – che costruisce dialoghi in overlapping recitati alla velocità della luce, come in una vecchia screwball comedy – trascina il film, girato evidentemente con un budget molto limitato, fino a farne un cattivissimo pugno allo stomaco, pieno di spirito anarchico e di forza distruttiva.

Oltre alle due scene con la giuria di ballo, difficile dimenticare anche quella del gabinetto del ministro, al lavoro sui tagli alla manovra finanziaria.

Per non dire di quella del primo incontro tra il ministro, rimasto con l’auto in panne e il serial killer in vestaglia, tutto cortesia e modi affettati.

Sovversivo.

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