Cannes 2021. The Innocents

The Innocents **1/2

“Cosa si fa quando qualcuno è malvagio?”

E’ l’interrogativo che la piccola Ida, una bambina di sette anni, rivolge alla madre verso la fine di questo The innocents, il secondo film da regista del norvegese Eskil Vogt, che ha scritto tutti i lavori di Joaquim Trier, compreso Thelma, che sembra il più vicino per toni e atmosfere.

I protagonisti di questo piccolo horror sulla crudeltà dell’infanzia sono quattro bambini: Ida appunto, la sorella più grande Anna, che ha subito una regressione autistica e sembra vivere in un suo universo parallelo, il sadico Ben e la dolce Aisha affetta da una vitiligine che macchia il suo bellissimo volto di colore.

Ida e Anna si sono appena trasferite con i genitori in un grande complesso residenziale, vicino ad un laghetto e circondato dai boschi.

Lì vivono con le loro madri sole gli altri due ragazzini. I primi ad incontrarsi sono Ben e Ida, che giocano assieme, in giardino sperimentando qualche crudeltà infantile. Ma poi le cose si fanno più oscure, quando Ben decide di far precipitare un gattino dalla tromba delle scale e, non pago, gli schiaccia la testa, dopo averne constatato la sopravvivenza

Nel frattempo Anna e Aisha sembrano riuscire a comunicare telepaticamente. Grazie alla nuova amica, Anna trova lentamente il modo di uscire dal suo autismo.

Anche Ben ha poteri telepatici, perisno più sviluppati di quelli altrui, potendo spostare cose e interferire con la volontà delle persone.

Se i quattro in un primo momento si ritrovano a giocare assieme, sperimentando i loro nuovi poteri, la malvagità di Ben produrrà una scia di sangue nel pacifico complesso.

Proprio come in Thelma, Vogt gioca con elementi sovrannaturali, per esplicitare cinematograficamente sentimenti e suggestioni nascosti, inaccessibili.

Il tentativo è quello di rendere manifesto uno spazio mentale altro, che gli adulti non conoscono e non capiscono.

I rapporti tra i quattro bambini di questo film si muovono all’interno di un perimetro in cui le differenze culturali, economiche, comunicative, estetiche che assillano magari i loro genitori,  sono del tutto azzerate.

Quello che conta solo i poteri inaspettati che possono essere gestiti con responsabilità oppure no, assecondando il potere sadico dell’onnipotenza.

Vogt costruisce così un horror glaciale, di sottile intelligenza, sulla rivincita di chi non può parlare, di chi appare estraneo e invece riveste un ruolo decisivo.

Non a caso il mondo appare sottosopra più volte durante il film, risultato della soggettiva dei piccoli protagonisti.

Lo sguardo di Vogt è capace di vivificare lo spazio scenico, il paesaggio, le architetture con grande precisione formale e audacia: il punto di vista è sempre all’altezza dei suoi protagonisti, gli adulti restano sullo sfondo.

Il suo è anche un film inquietante sul Male, che travolge tutto, incurante dei legami familiari o di di amicizia e si fa semplicemente orrore, crudeltà, morte.

Senza un motivo vero, senza una causa, una necessità.

Che i protagonisti siano poi dei bambini è argomento che aggiunge turbamento ad un film disturbante, scomodo, che non si dimentica.

E che si chiude con una delle scene più sensazionali di questo festival, una battaglia senza colpi, tutta mentale, tra un lato e l’altro del laghetto in cui bambini e famiglie continuano a giocare ignari del pericolo e delle forze in campo.

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