Cannes 2021. Flag Day

Flag Day **

Dopo il disastroso e stucchevole Il tuo ultimo sguardo, in concorso a Cannes nel 2016, l’unico rimasto a credere nelle qualità di Sean Penn come regista è rimasto probabilmente Thierry Fremaux, il delegato generale del festival, che ha voluto anche questo nuovo Flag Day nella selezione ufficiale, infliggendoci un nuovo sacrificio, del tutto pleonastico.

Nonostante i notevoli Tre giorni per la verità e La promessa, entrambi interpretati da un monumentale Jack Nicholson, negli ultimi vent’anni Penn non ha indovinato più una regia.

Flag Day, tratto dal romanzo autobiografico Flim-Flam Man di Jennifer Vogel, ha persino l’aggravante di voler lanciare la carriera cinematografica della figlia Dylan, avuta con Robin Wright, protagonista di questo film, senza onere della prova, nei panni della figlia di John Vogel un poco di buono, truffatore, rapinatore di banche, falsario, bugiardo patologico.

Il film comincia con la notizia della sua cattura, comunicata dalla polizia alla figlia Jennifer, quindi si riavvolge sul filo dei ricordi della ragazza, sino alla sua infanzia nel 1975.

L’idillio da famiglia felice nel midwest dura pochi momenti, poi John abbandona tutti e se ne va con i suoi dischi di Chopin e la sua faccia tosta.

La moglie si risposa, ma il nuovo marito allunga le mani su Jennifer ormai adolescente e la ragazza scappa dal padre, che ha una nuova casa sul lago, una nuova compagna più giovane e degli amici che non promettono nulla di buono.

John viene arrestato dopo una rapina e Jennifer finisce per peregrinare e dormire per strada, prima di rimettere in sesto la sua vita andando all’università a studiare giornalismo.

Naturalmente passano gli anni, Jennifer lavora nella redazione di un giornale di Minneapolis e Bill Clinton è il nuovo presidente, ma dopo un lungo silenzio il padre, uscito di prigione, si rifà vivo…

Flag Day nonostante racconti una storia vista a cinema giusto un milione di volte, avrebbe anche qualche buon momento, se non fosse ammorbato da una regia pedestre, sciatta, costruita tutta su una teoria di primi e primissimi piani e nel più elementare campo e controcampo nelle parti a due.

La storia dei padri americani bugiardi e imbroglioni, ma dal cuore grande, riempie mezza enciclopedia del cinema statunitense e i racconti di rinascita e formazione sono parte essenziale della mitologia del sogno americano, della seconda opportunità. In questo caso alimentata anche dalle immagini dell’inedita celebrazione del Flag day che negli Stati Uniti cade il 14 giugno per ricordare l’adozione del 1777 della bandiera stars & stripes.

Solo che il film è proprio buttato via, faticoso, e sembra un gioco tutto privato della famiglia Penn, tanto che vi appare pure l’altro figlio di Sean, Hopper Jack, nel ruolo del fratello di Jennifer.

Sean gigioneggia senza freni nel solito ruolo maledetto e straborda lasciando alla figlia una parte solo reattiva, contemplativa, adorante di un genitore mascalzone.

L’impianto narrativo è peraltro piuttosto vecchio, risaputo, prevedibile e tutto sembra privo di urgenza o necessità.

Soporifero.

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