Cannes 2021. Delo

Delo ***

Nella provincia russa di oggi, David, uno stimato professore universitario, pubblica una caricatura del sindaco che fa l’amore con uno struzzo e lo accusa pubblicamente di aver distratto i contributi, ottenuti dal comune per la costruzione una statua.

Si ritrova immediatamente agli arresti domiciliari, in attesa di processo, per appropriazione indebita delle sedie di un convegno, assieme ad una collega.

David è un professore di letteratura russa, di origini georgiane, uno studioso di quella che viene chiamata età dell’argento, che attraverso gli ultimi anni dell’ottocento fino alla Seconda Guerra Mondiale e lavora sui poeti dell’acmeismo come Osip Mandelstam e Anna Akhmatova.

Col braccialetto elettronico alla caviglia, impossibilitato ad allontanarsi di dieci mesi dalla casa in cui vive, David vede sfaldarsi un pezzo alla volta tutto il suo mondo.

Il suo avvocato rinuncia e viene sostituito da una donna, malvista dai colleghi per aver preso una licenza di maternità: la moglie da cui è separato e che gli aveva riferito le malefatte del sindaco, non vuole fornirgli i documenti che proverebbero le malversazioni, per timore che se la prendano con il marito che vive di commesse pubbliche; la figlia ex tossicodipendente che aspetta il suo primo figlio si rifiuta di parlare con lui; in università i colleghi votano per il suo licenziamento; l’anziana madre che è l’unica che sembra preoccupata per lui, ha un attacco di cuore e rapidamente esce di scena, lasciandogli un cane non vorrebbe accudire.

Al suo capezzale tuttavia si alternano ancora i suoi studenti, che lo sostengono pubblicamente anche in università, rischiando personalmente.

Ci sono poi le visite sempre più frequenti di una giovane medico, che sembra amorevolmente prendersi cura del suo paziente, ma che sta in realtà tradendo il giuramento di Ippocrate; di un ispettore di polizia che legge Orwell, condivide le accuse di David sul sindaco, ma non può far altro che far rispettare la legge; infine di una vicina di casa che si lamenta per le perdite d’acqua che provengono dall’appartamento di David e che un idraulico “di regime” ripara fino a quando gli viene ordinato di togliere l’acqua all’imputato.

German dice che l’idea del film è nata quando il progetto di un film processuale si è trasformato nel racconto di tutto quello che succede invece prima del processo, lontano dalle aule di giustizia.

Scritto il copione con Maria Ogneva, il film si è spostato così sull’imputato, costretto in uno spazio familiare che improvvisamente diventa oppressivo, da cui non si può uscire e in cui gli altri non possono entrare.

In questo caso il lavoro della moglie di German, la scenografa Elena Okopnaya è prodigioso. La casa del professore è una sorta di spazio aperto, in cui gli ambienti si confondono: ci sono libri dappertutto, poltrone, scritti, il letto…

La macchina da presa lo esplora fin dalla prima scena con microcarrelli circolari, che non rendono bene conto dell’architettura dell’appartamento, contribuendo allo spaesamento nostro e del protagonista.

Lo straordinario Merab Ninidze tratteggia un David testardo, fragile, sempre con la sigaretta accesa, deciso a mandare all’aria tutta la sua vita in un impeto di orgogliosa indignazione.

German lo mette al centro di ogni scena, fulcro nevralgico di tutto il film, che come la prima inquadratura gli ruota attorno con un’eleganza che trova nella verità espressiva del suo volto, la chiave di ogni interrogativo.

Appassionato e trascinante coi suoi studenti, ripiegato e timoroso con la moglie e la madre, dubbioso e in cerca di consegli con il suo avvocato, irruento e sprezzante con la polizia.

Ninidze, che aveva già lavorato con German in Paper Soldier e Under Electric Clouds, è semplicemente sublime nella costruzione di un ruolo, in cui ogni scena racconta una sfumatura diversa dell’incubo di David. E che termina in un doppio finale che suona come una beffa in cui una morte apparente e una repentina resurrezione sono solo parte di una più profonda e amara constatazione dell’inutilità del suo gesto.

German non fa il ritratto di un martire della libertà di espressione, ne mostra le debolezze, la testardaggine, gli errori presenti e passati, l’umanità profonda. E ne racconta la sconfitta, ancor più dolorosa quando arriva col volto della vittoria.

Restando così fedele alle parole di Sartre, che ha scelto come epigrafe: la vita umana comincia dall’altro lato della disperazione.

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