Paper Soldier

“I registi sono Bergman, Fellini, Kurosawa, io ho trent’anni e ho realizzato solo tre lungometraggi. Sono uno che gira film e, girando, cerca di imparare.

Questo è tutto.”

Aleksej German Jr, 2008

Come raccontare una pagina fondamentale della storia russa ed allo stesso tempo un momento di passaggio epocale? Come ricordare l’appassionante sfida allo spazio, che replicava verso l’infinito, le tensioni e la voglia di primato, che hanno travolto il mondo moderno, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale? E come rappresentare i dubbi, le paure, le speranze di una generazione che doveva fare i conti con la svolta del ’56 e la morte di Stalin?

Aleksej German jr sceglie un punto di vista decentrato, eppure prossimo agli eventi: il suo protagonista è Daniel Pokrovsky, un medico dell’intellighenzia moscovita, incaricato di curare e preparare gli astronauti ad affrontare il primo viaggio nello spazio.

Paper Soldier è la sua opera terza, dopo i fortunati, ma pressoché invisibili L’ultimo treno del 2003, che racconta la fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso gli occhi di un medico militare – menzione speciale della giuria Leone del Futuro a Venezia – e Garspatum del 2005, amara riflessione sulla Rivoluzione d’Ottobre e la Grande Guerra, viste attraverso la lente di un gruppo di ragazzi con la passione per il football.

In tutti e tre i suoi film German Jr racconta la Storia con uno sguardo originale e personalissimo: i suoi antieroi caricano su di sé tutto il peso delle contraddizioni e del cambiamento.

I suoi personaggi fanno i conti con le magnifiche sorti e progressive e ne escono inevitabilmente sconfitti, travolti dalle asprezze della Storia e dal miraggio di una libertà impossibile.

Le suggestioni della grande narrativa russa e del teatro di Cechov si fondono nella grandiosa messa in scena di German jr, che si affida ai volti dei suoi attori, lasciando  sullo sfondo gli esterni sconfinati della steppa russa, quasi a voler rappresentare, anche nella complessità prospettica delle inquadrature, il suo interesse per i drammi personali, a dispetto del complesso quadro storico ed ideale.

Paper Soldier, che prende il nome da una canzone russa di Bulat Okudzhava, illumina la Russia degli anni ’60, un paese alla ricerca della propria identità, pur consapevole del suo passato.

Il film racconta la storia di Daniel nelle sei settimane che precedono il lancio di Yurij Gagarin nello spazio.

Il giovane medico si trasferisce da Mosca nella desolata e umida stazione spaziale di Baikonur nel Kazakistan, nella quale ogni punto di riferimento sembra perduto per sempre.

Non ci sono strade, non ci sono abitazioni, il cielo grigio si confonde con la terra fangosa e si perde  qualsiasi orizzonte.

La metafora utilizzata da German Jr non poteva essere più evidente, per rappresentare il senso di perdita e lo spaesamento del protagonista e con esso la sua incapacità di inserirsi nella grande macchina del progresso, che annulla ogni individualità ed ogni libertà, nell’indistinto della volontà collettiva.

La splendida fotografia di Alisher Khamidhodjaev e Maxim Drozdov, desaturando tutti i colori, tende all’evidenza del bianco e del grigio, quasi a voler rendere uniforme ogni differenza cromatica e ideale.

Daniel ha una moglie a Mosca, Nina, ma in Kazakistan lo aspetta Vera, una ragazza semplice, che non gli chiede altro che affetto e che lo accompagna, silenziosa, nei suoi tormenti d’intellettuale.

La corsa allo spazio richiede le sue vittime: il tempo è prezioso e bisogna anticipare l’avversario.

Daniel si trova in mezzo a questa gigantesca battaglia, con tutti suoi umanissimi dubbi sulla legittimità di un’impresa, che appare impossibile e sul prezzo che è giusto pagare per l’orgoglio sovietico.

Il suo ruolo è quello dell’uomo di scienza, che dovrebbe garantire una preparazione adeguata al gruppo di astronauti, tra i quali verrà scelto l’uomo da lanciare nello spazio.

Eppure i primi esperimenti, con manichini ed animali sono andati male e Daniel è tormentato dal senso di colpa.

Nina, a Mosca, vorrebbe che il marito lasciasse un progetto così rischioso, per tornare ai suoi pazienti nella grande città, ma Daniel accetta la sfida del Kazakistan, come fosse una missione e porta a termine il suo compito: il lustro di una nazione intera, il successo del nuovo corso krusceviano sembra prevalere sui rovelli intellettuali e sulle ansie soggettive.

Nina finisce per raggiungerlo nella desolante base spaziale: nella pianura sterminata, rotta solo da caserme di legno e gulag che l’esercito si incarica di sfollare e bruciare, per fare spazio al progresso, la moglie conosce Vera, l’amante di Daniel ed accetta di condividere con lei l’amore per il marito, gravemente malato.

In una scena di straordinaria forza visiva, poco prima della partenza, Gagarin ed un altro candidato allo spazio si sfidano un’ultima volta in bicicletta, nella steppa sconfinata, con addosso le tute spaziali: quanto siamo lontani dalla retorica americana del pur pregevole The Right Stuff.

Nel film, i successi collettivi si trasformano in sconfitte personali e la tecnologia non si vede mai: a German jr sembra interessare solo il racconto di un’atmosfera carica di speranze e di ingenuità, rotta dalle ultime pedalate di Daniel, in attesa del ritorno di Yurij dalla missione spaziale.

Il finale, ambientato sette anni dopo il fortunato atterraggio di Gagarin, si incarica di virare in nero l’allegro convivio iniziale.

Il gruppo di giovani amici che avevano aperto il film, festeggiando la laurea di Daniel, con la speranza di essere la prima generazione di russi a sperimentare, dopo quasi trent’anni, l’ebbrezza della libertà e del progresso – anche nel recupero dei valori originari del comunismo – si trovano alla fine a fare i conti con un presente cupo, pieno di disincanto, nel quale ogni illusione è stata messa definitivamente da parte: non sono altro che fantasmi di un tempo passato.

Sopravvivono le due donne, Nina e Vera, che hanno scelto di vivere assieme, unite dal ricordo di Daniel, nel tentativo, forse vano, di alleviare il dolore.

German Jr è abilissimo nel racconto corale e nel trasformare personaggi, che sembrano usciti da una pièce teatrale, in protagonisti dolorosi di una storia troppo grande.

Il regista kazako predilige complessi piani sequenza, dove la macchina da presa vaga alla ricerca di volti e voci, nella campagna desolata come nel circo circo tragicomico della base spaziale, con un piglio ed un’eleganza, che ricordano il Fellini di Otto e 1/2 e de La nave va: il lancio dello Sputnik è ricreato con una forza evocativa prodigiosa.

German Jr si distacca dalla realtà, preferendo l’invenzione, che testimoni l’atmosfera, gli umori, le passioni in gioco e la ferocia della Storia.

Il Leone d’argento alla migliore regia appare come il giusto riconoscimento ad un’opera di grande complessità e limpida bellezza, lontana da ogni compromesso narrativo ed  estetico.

Paper Soldier ***

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