Changeling

“This film is a horror story for adults, not for thrill-seeking kids.”

Clint Eastwood, 2008

Clint Eastwood è diventato nel corso degli ultimi vent’anni uno dei più lucidi e disincantati narratori del cinema americano.

Ha raccontato il disgregarsi del sogno americano nella musica, come nel cinema e nella politica, ha osato mettere in discussione le verità della giustizia e le convinzioni della morale, ha messo a nudo i meccanismi della propaganda di guerra, mostrandoci nel contempo tutta la dignità degli sconfitti.

Nei suoi western crepuscolari ha cercato di togliere ogni alone romantico al mito della frontiera, destrutturando la figura del cowboy, come quella del bounty hunter.

Nonostante i suoi 78 anni, Eastwood passa da un progetto all’altro con invidiabile leggerezza, ancora una volta in controtendenza rispetto al mito dell’autore bisognoso di affermare la propria visione attraverso lente elaborazioni, lunghe riprese, attori spinti al limite dello sfinimento, budget sforati e polemiche infinite.

Changeling, presentato in concorso al Festival di Cannes, accolto con reazioni contrastanti dalla critica europea e da quella americana, è stato snobbato dalla giuria guidata da Sean Penn, che ha deciso di assegnare al regista californiano un inconsueto premio alla carriera, quasi a testimoniare un apprezzamento, che va al di là degli esiti della sua ultima opera.

Ed in effetti il film appare come una nota stonata nella complessa partitura, iniziata da Eastwood a 41 anni con Brivido nella notte – Play Misty for Me.

Il film era stato scritto per Ron Howard, che ha ceduto a Eastwood la regia, rimanendo produttore con il fido Brian Grazer e questa eredità si sente tutta nella struttura, nella caratterizzazione dei personaggi e nel tono generale.

Persino la protagonista, Angelina Jolie, è stata suggerita a Eastwood dalla produzione.

Si può comprendere che la storia vera di Christine Collins,  che combatte per ritrovare il proprio figlio, nonostante l’ostilità feroce dell’LAPD, dell’istituzione psichiatrica e dell’assurda e corrotta burocrazia cittadina, nella Los Angeles 1928, abbia sollecitato l’interesse di un regista che ha sempre raccontato, fin dai tempi di Callahan, la lotta del singolo contro ogni “potere assoluto”.

Eppure qui mancano del tutto l’ambiguità morale ed il chiaroscuro che hanno fatto la fortuna di Mystic River, di Million Dollar Baby, o di Letters from Iwo Jima.

Il radicalismo etico non potrebbe essere più evidente, come nemmeno nei film di Frank Capra: i buoni sono immacolati, senza incertezze o secondi fini, i cattivi sono la caricatura della malvagità irrazionale.

La lotta della madre single, interpretata con adesione totale da Angelina Jolie, contro una città intera che la crede matta e la rinchiude in un ospedale psichiatrico, dopo averle riconsegnato un figlio non suo, è talmente incredibile da sfidare ogni approccio razionale.

La polizia, gli psichiatri, il sindaco sono così insensibili e crudeli, da meritarsi di essere spazzati di via dal ciclone-Christine.

Il manicheismo di (Howard) Eastwood, ricerca l’adesione e l’emozione, sciogliendo in una storia troppo lunga, anche momenti di notevole felicità espressiva.

La prima parte, nella quale viene ricostruita la vita della capo-centralinista Christine e del suo piccolo Walter, nella Los Angeles del 1928 è notevole.

La fotografia di Tom Stern accarezza le auto d’epoca e i volti dei personaggi, lasciando sempre un’ombra nel quadro, come se la mancanza di piena luce preludesse all’oscurità del destino dei protagonisti.

La colonna sonora, come sempre essenziale, composta direttamente da Eastwood è magnifica nel ricostruire l’atmosfera degli anni ’20.

E la scena della stazione ferroviaria, nella quale la polizia consegna a Christine un bambino non suo, costringendola a portarlo a casa, nonostante l’evidenza, è un altro momento di crudele bellezza.

Quando il piccolo impostore afferma con sicurezza “mi chiamo Walter Collins” ed abbraccia la presunta madre, un brivido di terrore si legge sul viso di Christine.

Changeling naturalmente è un perfetto meccanismo hollywoodiano, piegato all’esaltazione della performance attoriale della Jolie.

La sceneggiatura non le risparmia nulla: si passa da una scena madre all’altra, attraverso il martirio dell’ospedale psichiatrico, l’elettroshock evitato per un soffio e la notizia della probabile morte del figlio.

Eppure mentre l’approccio di Eastwood aveva condotto a performance superlative nei suoi film precedenti, lungo il sottile confine tra realismo e melodramma, qui la Jolie hurtles though Changeling as if it were the latest installement in the Lara Croft action franchise, sustaining a pitch of intensity that turns Christine at once into a vivid icon of suffering and something of a blur[1].

Certo l’attrice non è aiutata da un personaggio unidimensionale e piatto – inutile persino per vincere un immeritato oscar – dal quale sarebbe stato difficile trarre di più.

Dopo circa novanta minuti il film sembrerebbe concludersi con lo smascheramento del bambino impostore, l’uscita della Jolie dal manicomio e la cruda scoperta del tragico destino del figlio Walter.

Invece la sceneggiatura di Michael Straczynski ricomincia da capo e la storia della madre vessata, alla ricerca del proprio figlio, si trasforma in quella di due processi, contro la polizia, per averla ingiustamente internata, e contro il vero serial killer, che forse ha ucciso il piccolo Walter.

Eastwood fortunatamente ci risparmia gli stereotipi più triti sul courtroom drama e procede per bellissime ellissi, in parallelo tra le due aule di giustizia.

I processi segneranno una vittoria effimera per Christine, che non saprà mai se Walter è riuscito a scappare dalle grinfie del killer o se è stato ucciso insieme agli altri 20 bambini rapiti.

La straordinaria scena dell’esecuzione della condanna a morte, è un colpo d’ala dell’Eastwood migliore e ci lascia intravvedere, attraverso la notevole figura del serial killer, interpretato con originalità e ambiguità da Jason Butler Harner, cosa sarebbe potuto essere Changeling con una sceneggiatura diversa, che avesse evitato di sposare il punto di vista di Christine, in un film di denuncia nato vecchio e incredibilmente affidato al meno politically correct dei registi americani.

Naturalmente il meccanismo drammatico, pur obsoleto, funziona perfettamente, si parteggia per l’umiliata ed offesa Christine e si assapora il suo trionfo tardivo, che non allevierà la sua pena di madre.

Si scrutano le rughe d’espressione sul volto della Jolie e le sue braccia sottili, si ammira la determinazione del pastore, interpretato da John Malkovich, e ci si accorge, ancora una volta, di quanto sia brava Amy Ryan in una parte minore, in cui risplende il suo innegabile talento.

Ma quello che lascia perplessi è il tipo di cinema che Changeling si incarica di rappresentare, in cui i buoni e i cattivi sono separati da un oceano di buone ragioni e dove il pubblico è invitato a scegliere una parte, invece di porsi domande più impegnative.

Il mediocre script di Straczynski ha tratto in inganno anche Eastwood, il cui sguardo è sempre stato lontano dalle semplificazioni di Changeling.

Changeling **

 


[1] A.O.Scott, A boy gone, a mother scorned, New York Times, 24.10.2008

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