The millionaire

 “Conosco le risposte”.

“E’ una commedia, ma è anche, a tratti, un dramma terribile. Ci sono momenti di grande dolore e di grande pathos. E’ una favola e come tutte le favole che si rispettino, continue momenti di forte inquietudine e di orrore. C’è una grande mescolanza di cose, in grado di farti ridere o piangere o spaventare.”

 Danny Boyle, 2008

Jamal Malik, giovane diciottenne, con il tasca un assegno da 10 milioni di rupie, viene interrogato e torturato dalla polizia di Mumbai, che vuole scoprire come un analfabeta, che lavora in un call center, portando il tè ai colleghi, sia riuscito a guadagnarsi il diritto di rispondere all’ultima domanda di “Who wants to be a millionaire?”.

Il perfido conduttore della trasmissione vuole vederci chiaro e teme un imbroglio: prima della ripresa della trasmissione, che porterebbe Jamal a raddoppiare la sua vincita, sbancando il montepremi, lo affida alla polizia locale, che è altrettanto sospettosa e tratta Jamal come un pericoloso terrorista islamico: waterboarding, scariche elettriche e interrogatori serrati.

Perché Jamal “conosce le risposte”?

E’ questo l’incipit di Slumdog Millionaire, l’ottavo film di Danny Boyle, discontinuo regista inglese, affermatosi con il successo di Piccoli omicidi tra amici e Trainspotting nella prima metà degli anni ’90 e poi passato a dirigere opere di genere, sempre differenti, tra cui gli interessantissimi 28 giorni dopo e Sunshine ed i più deboli The beach e Una vita meno ordinaria.

Difficile ricostruire un percorso autoriale per Boyle, le cui costanti appaiono prevalentemente stilistiche: il montaggio frenetico, la fotografia brillante di Anthony Dodd Mantle, una regia capace di invenzioni visive surreali e folgoranti ed una certa consapevole superficialità.

Non è un caso che molti dei suoi protagonisti vivano la loro vita correndo, sempre in fuga: non fa eccezione Jamal che continua a scappare, bambino, ragazzo e poi adulto, per quasi tutto il film.

Fugge dai fondamentalisti anti-islamici, dai carcerieri senza scrupoli di un orfanotrofio da incubo, scappa dalla polizia e dal fratello violento.

Correndo però, Jamal finisce per perdere l’unica persona a cui davvero sia affezionato: Latika, una bambina rimasta orfana come Jamal e il fratello Salim e che ha condiviso con loro il vagabondaggio tra i rifiuti e la prigionia nell’orfanotrofio-lager.

Purtroppo Latika non riesca a fuggire con i due fratelli e Jamal continuerà a cercarla, per poi perderla, lungo tutti i suoi primi diciotto anni.

La sua stessa partecipazione allo show televisivo è solo un modo per mettersi in contatto con la ragazza, che ha sempre desiderato.

Non è tanto importante vincere o perdere, quanto farsi riconoscere da Latika, tentare ancora una volta di sottrarla ad un destino fatto di sfruttamento e infelicità.

Il film di Boyle spezza la narrazione in tanti frammenti: per ogni domanda a cui Jamal ha risposto, ci racconta un momento della sua vita, che è stato determinante per conoscere la risposta esatta.

Tutta la conoscenza del protagonista viene dalla sua esperienza di strada.

Jamal ripercorre così la sua infanzia: dall’assassinio della madre, all’autografo di un famoso attore di Bollywood, dalle truffe al Taj Mahal, ai palazzi della nuova Mumbai, cresciuta sulle vecchie baracche di lamiera.

I flashback, sapientemente orchestrati da Boyle, in parallelo all’interrogatorio della polizia ed alle domande dello show televisivo, mantengono alta la tensione di questo racconto dall’innegabile sapore dickensiano: lotte violente tra indù e mussulmani, bimbi sperduti nelle mani di uomini senza scrupoli, ragazzi costretti a mendicare e ad imbrogliare, educati alla violenza come unica arma di riscatto sociale.

In un paese pieno di contrasti e contraddizioni, di colori accesi e baraccopoli squallide, di ricchezze sfrenate e violenze disumane, spezie e luci bollywoodiane, Jamal sembra non curarsi troppo degli eventi, convinto che l’ineluttabilità del suo legame con Latika sia più forte di ogni separazione.

E’ bellissimo il modo in cui Boyle racconta questa continua rincorsa tra i due protagonisti: c’è sempre qualcosa che si frappone fra di loro.

E l’ostacolo è sempre rappresentato visivamente: all’inizio, quando si conoscono, è la pioggia battente, che oscura la figura della piccola bambina, poi è una porta, attraverso il cui spiraglio Jamal riconosce la ragazza, divenuta una danzatrice a pagamento, poi sono le sbarre di un cancello nella casa del ricco boss della malavita e quindi un vetro smerigliato, che confonde lo sguardo e la figura.

Sono infine i treni e le persone, che affollano la stazione, a frapporsi fra i due: ogni volta un ostacolo ed ogni volta lo sguardo innocente di Jamal riscopre la sua amata, come se fosse la prima volta.

La riconosce tra la folla, la cerca spesso inutilmente, la salva infine dalla violenza.

Perché è scritto: perché il destino guida il fato nel ricongiungere ancora una volta, come in una favola a lieto fine, i due protagonisti.

Naturalmente la loro provvisoria felicità ha un prezzo.

E’ il prezzo delle torture, dei tradimenti anche tra fratelli, del sangue, dell’imbroglio e della morte.

La commedia nera di Boyle può sembrare infine felice, stemperata in quel balletto finale sui titoli di coda in cui tutti i personaggi danzano sulle note composte da A.R.Rahman, uno dei più famosi musicisti indiani.

Il racconto di formazione del piccolo Jamal, scritto da Simon Beaufoy, da un romanzo di Vikas Swarup, uninsistently make the case that the most useful intelligence, in all its forms, comes from life experience.[1]

La macchina da presa si trova perfettamente a proprio agio nel caos indiano, insegue i personaggi con la loro stessa ansia e velocità: fugge con loro, si riposa e poi riparte.

Il montaggio alternato e l’uso sapiente del flashback nella costruzione drammatica, facilitano la naturale identificazione con il protagonista.

Boyle lo sa benissimo e non si preoccupa della verosimiglianza del racconto, quanto dello stile, che prende presto il sopravvento, in questa favola sulla forza del destino e del desiderio, vecchia come il cinema, ma ancora perfettamente funzionante.

Il regista, non del tutto alieno da una certa calcolata furbizia, ha fatto del realismo magico una parte fondamentale del racconto, in cui la speranza non compromette mai l’integrità dei personaggi.

Boyle mette in scena la storia di Jamal e Latika in the jazziest way possible, breaking things up into numerous then and now sections and making the dark elements much darker than would have benn the case in Hollywood’s prime. The Warner brothers… would have loved this story.[2]

E naturalmente non solo loro: come ha scritto Roger Ebert, a movie is about how it tells itself. [Slumdog Millionaire] is one of those miraculous entertainments that achieves its immediate goals and keeps climbing toward a higher summit.[3]

The millionaire **1/2


[1] Todd McCarthy, Slumdog Millionaire, Variety, 13.11.2008

[2] Kenneth Turan, Slumdog Millionaire, Los Angeles Times, 12.11.2008

[3] Roger Ebert, Slumdog Millionaire, Chicago Sun-Times, 11.11.2008

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