Rachel sta per sposarsi

“I was hoping to try to make everything as real as possible. So, well, they’d really be a bunch of musicians and a lot of instruments, let’s go for it. And I was very excited about the possibility of doing something that I’d sort of wanted to do for a long time, which is the idea of normally what we do is we shoot the movie and than a composer comes in; and there’s a composer’s response to what the actors did. And that music gets made and put on top of the movie.

But, what if the actors you flip it and the actors get to respond to the music that we’re hearing when we watch the picture. The music in the moment”

Jonathan Demme, 2008

 Rachel getting married, presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia è il nuovo film di Jonathan Demme, ultimo epigono della gloriosa factory di Roger Corman, regista eccentrico, sorprendente, incapace di ripetersi.

Demme ha portato al Lido quasi tutte le sue ultime opere: gli splendidi documentari The agronomist e Man from plains ed il remake The Machurian Candidate.

Affascinato tanto dal cinema di genere, quanto dal formalismo europeo di registi come Dreyer e Rohmer, Demme sfugge ad ogni semplificazione: documentarista appassionato, autore di straordinari film musicali, ha cominciato con i film a basso costo, per poi passare alla commedia agrodolce, al thriller, alla parodia del gangster movie, sino agli adattamenti di opere letterarie ed ai remake degli ultimi anni.

La sua figura di regista outsider, anche nel cosiddetto cinema indipendente americano, si è spesso rispecchiata nei protagonisti dei suoi film: donne sole, afroamericani,  loser, emarginati.

Personaggi in cerca di sé, della propria identità, in un mondo che li ha già respinti, rifiutati, uomini – e più spesso donne – dotati però di un’istintiva simpatia.

Forse umani, troppo umani.

Nel panorama eterogeneo del corpus demmiano, Rachel getting married è ancora una volta una storia al servizio dei personaggi, in cui la famiglia gioca un ruolo fondamentale.

La sceneggiatura, scritta da Jenny Lumet e ricca di suggestioni autobiografiche, è il racconto dei tre giorni in cui Kym, giovane ex-modella tossicodipendente, in libera uscita dalla clinica di riabilitazione, raggiunge la famiglia, per il matrimonio della sorella.

In una villa nei boschi del Connecticut, la wasp Rachel sposa il musicista nero Sydney, ma non è la questione razziale a scatenare le tensioni, bensì il ritorno a casa di Kym.

Il film è accompagnato dalla musica, eseguita dal vivo dagli amici dello sposo, nel corso di tutti e tre i giorni della festa.

Una delle sfide che hanno convinto Demme a girare il film era quella di accompagnare le immagini solo con musica diegetica, cioè suonata dai personaggi all’interno del film e non aggiunta successivamente in sede di montaggio.

L’esperimento è perfettamente riuscito: canzoni tradizionali americane si uniscono a classici rock, suggestioni africane, samba, ritmi scatenati, nel corso della festa che segue le nozze.

Unknown Legend di Neil Young accompagna lo scambio delle dichiarazioni degli sposi, cantata direttamente da Sydney a Rachel.

Demme adotta un registro quasi documentaristico, predilige la camera a spalla per lasciare agli attori una libertà di movimento e restituire la sensazione di trovarsi di fronte a riprese rubate all’intimità di una famiglia.

Dice di essersi ispirato alla libertà formale del Dogma e di aver fatto studiare agli attori, prima delle riprese il film Dopo il matrimonio di Susan Bier, perchè avessero un’idea dello stile che avrebbe assunto il film.

Demme pedina Kym nel suo girovagare forzato nella casa paterna, nei boschi e nelle sale dei gruppi di sostegno, senza lasciarla un momento.

Le scene corali hanno richiamato in molti critici, soprattutto d’oltreoceano[1], la complessità altmaniana della messa in scena, anche se in Rachel getting married mancano del tutto la cattiveria e l’ironia feroce, tipiche del regista di Kansas city.

Lo sguardo di Demme è sempre benevolo, anche verso i personaggi più ambigui dei suoi film, proprio per consentire al pubblico di comprenderne più chiaramente i motivi, le scelte, le difficoltà.

Kym è una sorta di bomba ad orologeria lanciata sulla famiglia Buchman: nella serenità di un coloratissimo matrimonio multirazziale, il passato ed i problemi della protagonista riaprono ferite, mai del tutto rimarginate.

Kym pensa solo a se stessa: anche quando prende la parola per salutare gli sposi nel tradizionale toast, continua a parlare della sua riabilitazione.

Nel suo orizzonte non c’è molto spazio per gli altri.

I rapporti con la sorella Rachel, con il padre e con la madre Abby, ora separata, esplodono in lunghissimi duelli verbali, che fanno venire alla luce un incidente che tutti vorrebbero aver rimosso, ma che pesa ancora enormemente.

Come spesso succede nei film di Demme la narrazione procede circolarmente attraverso i tre giorni del matrimonio: i preparativi, funestati dalle incomprensioni e dai rimorsi, che costringeranno Kym a partecipare alle nozze con un occhio nero; la cerimonia in sari e poi le feste danzanti, durate tutta la notte; infine il breve epilogo del giorno successivo, quando Kym ritorna alla clinica, in un’atmosfera apparentemente pacificata.

Demme si mette ancora una volta a disposizione del talento dei suoi collaboratori, valorizza la sceneggiatura, affida le luci a Declan Quinn, finora usato solo per i documentari, ed il montaggio a Tim Squyres, fidato collaboratore di Ang Lee, che esaltano le performance dei suoi attori.

Anne Hathaway, al suo primo ruolo impegnativo da protagonista, si dimostra perfettamente all’altezza delle nevrosi e della fragilità egoistica di Kym: she resembles the silent film star Louise Brooks in “Pandora’s Box,” except that Kym is less like the curious maiden of Greek mythology than like the box itself: a bottomless repository of guilt, destructiveness and general bad feeling.[2]

Imbruttita da un trucco approssimativo, malvestita e con un occhio tumefatto nell’ultimo terzo del film, la Hathaway è credibile nella parte della tossicodipendente in riabilitazione, afflitta dal senso di colpa.

Demme lascia che sia Kym/Anne a farsi carico del film, anche al di là dei suoi limiti: the wonderful thing about “Rachel Getting Married” is how expansive it seems, in spite of the limits of its scope and the modesty of its ambitions. It’s a small movie, and in some ways a very sad one, but it has an undeniable and authentic vitality, an exuberance of spirit, that feels welcome and rare.[3]

Ma non sarebbe così convincente se non fosse circondata da un cast di assoluto livello su cui spiccano Rosemary De Witt, nella parte di Rachel – che si incarica di tenere assieme la famiglia, scossa dalla tempesta Kym – e Debra Winger, nella parte della madre Abby.

La Winger ritorna al cinema dopo un esilio autoimposto durato oltre dieci anni, interrotto solo per partecipare ad un paio di film diretti dal secondo marito Arliss Howard.

Mercuriale e combattiva, anche sul set, la Winger incarna una madre algida, distaccata, apparentemente senza affetti e senza passioni, chiusa in un cupo risentimento verso la figlia Kym, che esplode finalmente la sera prima del matrimonio.

La sua performance, pur in un ruolo marginale, è degna d’attenzione: è un peccato che un talento così puro sia stato emarginato dalla macchina produttiva hollywoodiana.

Ancora una volta Demme sta dalla parte degli esclusi: che siano i protagonisti del suo film o gli attori che lo interpretano, poco importa.

Rachel sta per sposarsi **1/2

 


[1] Cfr. Ronnie Scheib, rachel getting married, Variety, 4.9.2008 – Deborah Young, Rachel getting married, Hollywood Reporter, 3.9.2008 – Fionnuala Halligan, Rachel getting married, Screen, 3.9.2008

[2] A.O.Scott, Out of rehab, wrecking havoc, New York Times, 3.10.2008

[3] A.O.Scott, Out of rehab, wrecking havoc, New York Times, 3.10.2008

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