127 ore

La recensione potrebbe contenere qualche spoiler.

127 ore **

Dopo i generosissimi premi Oscar concessi al furbo The Millionaire, Danny Boyle avrebbe potuto scegliere praticamente qualsiasi copione, per il suo film successivo.

Ha deciso per una storia cupa, di isolamento e sacrificio, piuttosto lontana – in fondo – dalla favola a lieto fine, ambientanta in India.

127 ore sono quelle che Aron Ralston, giovane ingegnere, trekker e alpinista americano ha passato intrappolato nel Blue John Canyon dello Utah, quando una roccia, mossa accidentalmente, gli ha bloccato la mano destra, impedendogli di proseguire e costringendolo ad un lungo e solitario periodo di immobilità.

Con le scarse riserve di cibo e acqua a disposizione ed il concreto pericolo di morire disidratato, Ralston compie una scelta estrema, eppure in fondo risolutiva.

Per correttezza lasciamo a voi il piacere (?) di scoprirla, anche se Ralston è un personaggio piuttosto famoso ed ha raccontato la sua storia in moltissimi talk show e in un libro che è alla base della scenggiatura di Danny Boyle e Simon Beaufoy.

L’unico conforto di Ralston è quello di una videocamera a cui affidare pensieri, ricordi, messaggi e ultime volontà, in caso di prematura dipartita, ed un attrezzo cinese milleusi, che avrebbe dovuto aiutarlo a liberarsi, ma che si è poi dimostrato del tutto inefficace.

Voi direte, 90 minuti solo con James Franco e con il suo braccio bloccato? Sì, quasi, perchè Boyle intelligentemente ricostruisce nella prima parte del film le premesse che hanno portato Ralston al Blue John Canyon: la mancata risposta ad una telefonata della madre, il viaggio notturno per arrivare nello Utah, l’incontro con due ragazze a cui svela i segreti delle grotte sotterranee, ma che presto abbandona per un percorso solitario.

Nessuno sa dove sia, nessuno lo cerca e persino il suo collega di lavoro potrebbe accorgersi troppo tardi della sua assenza: le razioni sono limitatissime e Ralston cerca di sopravvivere alla fame ed al freddo, ricorrendo a metodi estremi.

Diciamo la verità. Il film di Boyle è davvero modesto e può interessare i parenti di Ralston, gli amici e qualche fanatico di sport estremi.

Tutti gli altri potrebbero ad un certo punto chiedersi: ma perchè?

Perchè raccontare questa storia? Che tipo di messaggio vuole lanciare Boyle? Che cosa rende unico Ralston? E’ forse una sfida al suo attore? O invece un exploit puramente stilistico?

Non sembrano esserci grandi metafore nel racconto del regista inglese: solo la ricognizione di una profonda tenacia, di un desiderio di vita, assolutamente comprensibile e capace di confrontarsi con circostanze eccezionali, ma non così inconsuete, per chi si occupi di sport estremi.

Il film è anche una testimonianza del desiderio di vita, comprensibile e direi anche comune, di Ralston, alla fine del quale vi è un sacrificio, estremo e doloroso, ma certo preferibile alla morte.

Un po’ come nel più complesso e stratificato Into the wild, siamo di fronte ad un preteso eroe che paga la propria inesperienza, la propria ignoranza ed un po’ di malasorte.

Ma bastano questi elementi per costruire un film interessante? Nel finale appare brevemente il vero Aron Ralston: siamo sollevati dal vederlo in ottima forma. Di 127 ore non ci rimane che questo sollievo.

James Franco non è male, ma neppure la sua interpretazione è in grado da sola di nobilitare un film che scorre noiosamente sino alla scena shock, che pure ha provocato qualche svenimento tra gli spettatori americani.

Che possa essere uno dei favoriti al premio di miglior attore dell’anno è comprensibile più per la indubbia fatica del set che per il risultato sullo schermo.

Il cinema di Danny Boyle continua schizzofrenicamente a mutare generi, coordinate spaziali e temporali, in una sorta di accumulo disordinato, almeno quanto il montaggio, apparentemente postmoderno, dei suoi film.

 

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