Thelma

Thelma ***

Il limpido e sensazionale horror adolescenziale che pervade Thelma, il quarto film di Joaquim Trier, è una delle sorprese più convincenti della stagione, capace di ribaltare l’idea che il cinema del regista norvegese fosse decisamente ancorato a logiche un po’ consunte: severo ed esistenzialista, dal passo lento e dallo struggimento un po’ fatuo, così tipico di certi film ‘da festival’.

Dopo il ritratto di un tossicodipendente di Oslo, 31 agosto e la riflessione sul terrorismo di Segreti di famiglia – Louder than Bombs, che aveva segnato il suo esordio americano, Trier, assieme al suo co-sceneggiatore Eskil Vogt, decide di ritornare sui suoi passi, ambientando il film tra la capitale e un piccolo paesino costiero, dove la natura incontaminata e il cambio delle stagioni, segna profondamente lo spirito del film.

Tutto comincia con un padre e una figlia a caccia: passano sopra un lago ghiacciato, poi si avviano nel bosco innevato. Il padre scorge un cervo, punta il fucile. Poi lo rivolge verso la bambina.

Stacco. Titoli.

Un bellissimo plongé inquadra il piazzale dell’Università di Oslo, dove gli studenti passeggiano avviandosi alle lezioni. Tra di loro, un lento zoom inquadra Thelma, iscritta alla facoltà di biologia. Viene da una famiglia molto religiosa e di provincia, non conosce quasi nessuno.

La sera a casa telefona puntualmente ai genitori che vivono lontano, il padre medico condotto, la madre sulla sedia a rotelle.

Una mattina però in biblioteca viene colta da convulsioni. La compagna seduta accanto a lei, Anja, le presta soccorso.

Pian piano le due ragazze si avvicinano: all’amicizia però subentra qualcosa di diverso. Nel frattempo le crisi di Thelma continuano, i medici escludono l’epilessia, ma non sanno bene come trattarla.

Scavando nella storia medica di Thelma, la realtà comincia a prendere forma.

Diretto con un magnifico senso della tensione narrativa, Thelma riesce a sfruttare perfettamente l’alternanza dei set, sia gli interni dove vivono le ragazze, essenziali e perfettamente funzionali, sia il campus universitario, sia l’esattezza del panorama nordico, in cui l’acqua gioca un ruolo essenziale.

Il film di Trier paga il suo debito con l’universo narrativo di Stephen King, ma ancor di più con la sensualità seduttiva dello sguardo di Brian De Palma. E lo fa con grande competenza e misura.

Il continuo parallelo tra la scoperta di una sessualità, troppo a lungo repressa, la tempesta emozionale attraverso cui si manifesta, il senso di colpa che l’accompagna e i poteri sovrannaturali che sembrano esplodere nella mente della protagonista, regala al film una forza irresistibile.

Merito anche dell’attrice che interpreta Thelma, l’inedita Eili Harboe, con la piccola croce al collo, lo sguardo curioso, i modi gentili, che nascondono una forza straordinaria e paurosa.

La fortissima tensione sessuale e la carica erotica che sprigiona, accanto alla co-protagonista Kaya Wilkins, si integrano perfettamente con il look algido che avvolge il film.

La raffinatezza formale di Trier, esaltata dalla scelta di un formato larghissimo e super panoramico, a contatto con l’incandescenza emotiva del film, apre squarci di straordinaria visionarietà, nella quotidianità ordinaria degli interni in cui si svolge la vita delle ragazze. Come nella scena del balletto, quando Anja per la prima volta tocca la mano di Thelma e poi la bacia nei corridoi del teatro, scatenando un sommovimento tellurico, che mette a rischio la stessa struttura.

Trier sfrutta alla perfezione le suggestioni del racconto dell’orrore, mostrando il rosso del sangue solo una volta, con un’economia di mezzi funzionale alla tensione costante che il film riesce ad evocare e a suggerire.

Da non perdere.

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