Rifkin’s Festival

Rifkin’s Festival **

Sullo sfondo del Festival di San Sebastian, va in scena la dissoluzione del matrimonio tra Mort, un professore di cinema newyorkese, con velleità di scrittore, e la moglie Sue, press agent impegnata nella promozione dell’ultimo film del giovane regista francese Philippe.

L’atmosfera rilassata dell’incantevole località spagnola spinge ad assecondare tentazioni e adulazioni.

Mort e Philippe si detestano e non fanno nulla per nasconderlo. E forse amano la stessa donna. Ma poi il triangolo cambia forma, quando Mort conosce la dottoressa Jo – studi a New York, uno studio a San Sebastian e un marito pittore fedifrago e possessivo – e sembra innamorarsene, sia pure platonicamente.

La semplice ronde sentimentale è punteggiata dai sogni e dagli incubi di Mort, che assumono forma cinematografica e richiamano i film della sua vita: Quarto potere, Otto e mezzo, Jules et Jim, Fino all’ultimo respiro, Persona, L’angelo sterminatore, Un uomo e una donna, Il settimo sigillo.

Rifkin’s Festival, girato da Allen in esilio spagnolo e co-prodotto da Mediapro e dall’italiana Wildside, è il suo quarantanovesimo film, che segue l’ennesimo violentissimo revival delle accuse dei Farrow vecchie di trent’anni, la cancellazione del contratto con Amazon, la sostanziale censura del suo ultimo e notevole Un giorno di pioggia a New York negli Stati Uniti e la rottura del contratto con Hachette per la sua autobiografia.

Diventato, forse definitivamente, un paria per l’industria cinematografica americana, che l’ha celebrato e mal sopportato a fasi alterne, Allen, newyorkese allergico al sole della California, ad ottantacinque anni e dopo una carriera leggendaria, cominciata nella televisione degli anni ’60, prima di esplodere nel cinema anticonformista degli anni ’70, pare essere arrivato infine al capolinea.

Solo cinque anni fa con Café Society apriva il Festival di Cannes, con Midnight in Paris (2011) e Blue Jasmine (2013) raccoglieva il terzo Oscar per la sceneggiatura e la sedicesima candidatura, un record che resterà a lungo ineguagliato.

Ma Rifkin’s Festival non aggiunge molto al suo lunghissimo e personalissimo percorso. E’ in realtà un film esile, costruito su un canovaccio per lui piuttosto risaputo e che poggia sulle stesse suggestioni che già avevano arricchito i suoi Stardust Memories e Vicky Cristina Barcelona

Il gioco cinefilo si fa questa volta assai più esplicito, un po’ come avveniva con Provaci ancora Sam, con i protagonisti che, nei sogni di Mort, reinterpretano scene di quei classici del cinema europeo che il professore adora.

La vita e il cinema si muovono divisi da uno schermo sottile e permeabile, come ne La rosa purpurea del Cairo. I suoi personaggi che si confrontano improvvisamente con un cambiamento a lungo negato, questa volta sembrerebbero più decisi ad afferrarlo, forse anche grazie all’atmosfera dolce che li circonda e che smussa ogni asprezza. Un velo di sottile malinconia e un finale non riconciliato, aggiungono una nota più grave ad un racconto, che si muove con grazia fuori dal tempo, ma che non morde mai davvero e in cui la scrittura latita come in alcuni dei suoi film d’occasione.

Per il cast, Allen si deve accontentare questa volta di quelli che ancora non gli hanno voltato le spalle opportunisticamente: recupera il grande attore di teatro Wallace Shawn, che aveva debuttato a cinema proprio in Manhattan, e che qui interpreta il più classico degli alter ego alleniani.  Gina Gershon, provocante e sensuale come in Bound e nei suoi film degli anni ’90, è la moglie Sue, mentre Louis Garrel interpreta il vanesio regista francese, senza grande fatica, a dir la verità, e Elena Anaya (Parla con lei) veste i panni della più affascinante medico di base, che si possa incontrare in Europa.

Ancora una volta è Vittorio Storaro ad illuminare con la sua luce calda e radiosa volti e interni spagnoli, ma senza la sfarzosità e il gusto drammatico di Cafè Society o di La ruota delle meraviglie.

E’ un Allen minore, indubbiamente, un nuovo esercizio di stile, su temi su cui il suo cinema si è già soffermato in passato, un po’ come è accaduto diverse volte nell’ultimo decennio.

Ma è anche uno degli ultimi bagliori di un crepuscolo, che difficilmente avremmo immaginato così amaro.

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