Vicky Cristina Barcelona

“Scarlett è una donna incredibilmente attraente. È bellissima, è sexy in un modo tutto suo e l’obiettivo la adora. Se lei fosse qui, uno penserebbe: ‘Carina, dal vivo’. Ma in fotografia la bellezza diventa ancora più evidente.

Penélope è diversa. Sullo schermo è incredibilmente bella – una delle donne più belle della terra. Ma quando la incontri dal vivo, è ancora più bella. Da non crederci… Quando ho incontrato Penélope per la prima volta – l’avevo vista nel film Volver pensando fosse bellissima – non potevo credere quanto fosse stupenda… era come… celestiale, come se fosse scesa da Marte o Giove.”

Woody Allen, 2008

Vicky Cristina Barcelona è il trentanovesimo film diretto da Woody Allen, il primo girato in Spagna.

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes, ha ricevuto la consueta rispettosa accoglienza, riservata ai suoi ultimi lavori.

Dopo i primi film comici degli anni settanta e la svolta romantica, segnata dagli incontri con Diane Keaton e Mia Farrow, che ha portato ai capolavori della maturità – quasi tutti compresi nel periodo che separa Io e Annie (1977) da Crimini e misfatti (1989) – Allen ha mantenuto il consueto elevatissimo ritmo produttivo, alternando commedie leggere come una bolla di sapone a pessimistiche meditazioni sulle relazioni sentimentali, sul ruolo dell’arte e sul senso di colpa.

Fino alla metà degli anni ’90 ogni film di Allen era comunque un evento imperdibile.

I suoi dialoghi corrosivi, all’interno di un milieu prevalentemente newyorkese, artistico  e borghese, hanno segnato almeno tre generazioni di spettatori.

La sua New York, quella di Manhattan – idolatrata nel bianco e nero irraggiungibile di Gordon Willis – era un microcosmo di frustrazioni intellettuali ed ansie sentimentali, quasi sempre incarnate dalla sua maschera d’attore.

Dopo la separazione con Mia Farrow ed il crudele Mariti e Mogli – già dogma, molto prima di Von Trier – Allen ha ripiegato su opere più leggere (La dea dell’amore), riflessioni sul teatro (Pallottole su Broadway), musical incantevoli ed inconsueti (Tutti dicono I love you) e riflessioni sull’arte ed il talento (i bellissimi Harry a pezzi, ispirato a Philip Roth ed Accordi e disaccordi, dedicato a Django Reinhart).

Negli ultimi dieci anni, difficoltà produttive ed evidenti limiti di scrittura e ispirazione, hanno molto offuscato la sua stella, spingendolo per la prima volta a lasciare l’amata New York, per ambientare a Londra Match Point e Sogni e delitti, due amare riflessioni sul delitto senza castigo.

Vicky Cristina Barcelona, è il terzo film con Scarlett Johansson, ultima delle sue muse ispiratrici.

Il film racconta la torrida estate spagnola di due giovani americane, Vicky e Cristina: l’una matura, apparentemente sicura di sè e dei propri sentimenti, l’altra più libertina ed in cerca di avventure.

Ospitate dalla zia di Vicky a Barcellona, incontrano ad un vernissage e poi in un ristorante il pittore Juan Antonio, noto più per la burrascosa relazione con la ex moglie, che per il proprio lavoro.

Vicky respinge gli inviti espliciti del pittore, che vorrebbe portare le due ragazze ad Oviedo, per un fine settimana d’arte, buon vino e passione, ma Cristina è immediatamente affascinata dallo stile bohemien di Juan Antonio ed accetta.

Durante il breve soggiorno, sarà però Vicky a cedere alle lusinghe del pittore, che metterà in crisi tutte le sue certezze ed il suo imminente matrimonio.

Consapevole che quella notte non potrà avere un seguito, Juan Antonio intreccia una relazione più stabile con Cristina.

Ma gli equilibri faticosamente raggiunti sono di nuovo scossi dall’irruzione di Maria Elena, la ex-moglie di Juan Antonio, che con una forza impetuosa si insinuerà nella vita dei due amanti, stravolgendola completamente.

Allen racconta con divertita ironia, una ronde sentimentale, che finisce per coinvolgere tutti ed a cui non è estranea neppure la zia di Vicky.

Le certezze si sfaldano facilmente sotto il sole di Spagna, i ruoli tradizionali si ribaltano continuamente ed i sogni piccolo borghesi delle due americane si rivelano impossibili da raggiungere.

Nessuno esce vincitore dalle schermaglie amorose: non ci sono compromessi possibili, se non a patto di nascondere, dietro una menzogna, le proprie infelicità.

Allen si affida ad una voce off, forse un po’ troppo didascalica, ma che gli consente di omettere ogni scena di raccordo, per saltare from highlight to highlight e si lascia sedurre dalla bravura e dalla bellezza dei suoi interpreti, per raccontare una lenghty exploration of the eternal struggle between security and passion, dependency and anarchic freedom.[1]

Vicky Cristina Barcelona è ancora una volta il racconto di un’educazione sentimentale, in cui la malinconia ed il senso della perdita sono una presenza costante.

Allen dipinge alcune scene con una forza ed un’eleganza assolutamente originali: il primo bacio tra Vicky e Juan Antonio, segnato da un campo / controcampo in continua dissolvenza, si chiude con una leggerissima caduta, al rallentatore, dei due amanti, abbracciati, quasi a voler testimoniare l’abbandono di Vicky alla passione, dopo le sue iniziali  resistenze.

E memorabile è pure l’inquadratura sulla faccia stranita di Doug, mentre Cristina racconta a Vicky di aver fatto l’amore con Maria Elena.

Per la trasferta spagnola, il regista newyorkese si affida alla fotografia di Javier Aguirresarobe, già collaboratore di Almodovar e Amenabar, che dipinge l’estate catalana con meravigliose dominanti dorate, memore forse del lavoro di Carlo di Palma.

Il film si apre e si chiude con il brano Barcelona di Giulia y los Tellarini ed è attraversato dalla meravigliosa musica di Isaac Albeniz e Paco De Lucia.

Rebecca Hall, nel ruolo alleniano di Vicky, l’intellettuale travolta dalla passione, è una piacevole sorpresa; Scarlett Johansson recita più con le labbra che con gli occhi il ruolo di Cristina, il più convenzionale ed il meno interessante del quartetto.

Javier Bardem e Penelope Cruz fanno faville nelle continue schermaglie e nei litigi, in cui alternano inglese e spagnolo, in un continuo sovrapporsi di voci, che sarebbe piaciuto ad Howard Hawks.

Bardem, reduce dall’impassibile killer Chigurh di Non è un paese per vecchi, qui si trasforma in un fascinoso artista maledetto: vestito di lino, voce suadente, modi cortesi, ma decisi ed un’Alfa Romeo Spider rossa, che farebbe innamorare chiunque.

La Cruz è letteralmente una forza della natura, capace di sconvolgere ogni certezza: sempre accigliata, con i capelli arruffati, ricorda l’irruenza melodrammatica di Anna Magnani.

La macchina da presa di Allen rimane come ipnotizzata dalla sua bellezza aggressiva e dalla sua prepotente maturità espressiva: ogni volta che è in scena, gli altri attori finiscono per scomparire.

Come ha scritto Roger Ebert, he is a little like Eric Rohmer here: the actors are attractive, the city is magnificent, the love scenes don’t get all sweaty, and everybody finishes the summer a little wiser and with a lifetime of memories. What more could you ask?[2]

Allen sembra suggerire che ad emergere dalle tante pene d’amor perduto, forse potrebbe essere proprio la magia dell’arte: i quadri di Juan Antonio e Maria Elena e le foto di Cristina sono tutto quello che rimane della loro tormentata relazione.

La felicità può essere illusoria e momentanea, spesso impossibile da raggiungere, ma la vita ha una sua ricchezza più grande: there’s something stronger in the air, a largeness of spirit, as well as abundant physical beauty.[3]

Vicky Cristina Barcelona **1/2

 


[1]              David Denby, Young Loves, The New Yorker, 11.8.2008

[2]              Roger Ebert, Vicky Cristina Barcelona, Chicago Sun-Times, 14.8.2008

[3]              David Denby, Young Loves, The New Yorker, 11.8.2008

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