Il curioso caso di Benjamin Button

“My mother was diagnosed with cancer just approximately the same time I started writing [the script] and she died not long afterwards. And then my dad died a couple years after that, but I was still working on it. In other words, it probably made me – unfortunately – a better writer. You have to deal with your feelings while you’re doing things but I think you do that anyway, whether or not there are tragedies. I think good writing comes out of it even if you’re not writing about [the tragedy], per se.

I think this might be my most personal movie. It’s about as close as you can get to me.”

Eric Roth, 2008 

I thought of [Benjamin] as an extraordinary man in very ordinary circumstances. I don’t know how much an audience can relate to a guy who’s aging backwards that ends up looking like Brad Pitt. My whole thing from the beginning has been that it’s not high concept.”

David Fincher, 2008

Quando Francis Scott Fitzgerald scrisse, nel 1922, il racconto intitolato The curious case of Benjamin Button, su un uomo la cui vita scorreva miracolosamente al contrario, dalla precoce vecchiaia sino alla fatale infanzia, era stato ispirato da una riflessione di Mark Twain, secondo cui era un peccato che la parte migliore della vita fosse concentrata nei primi inconsapevoli anni e non in quelli della maturità, quando le esperienze e la saggezza avrebbero consentito di goderne appieno.

L’espediente narrativo di Fitzgerald è ripreso dalla sceneggiatura di Eric Roth, che ha però ambizioni del tutto differenti, nel costruire un racconto dalle proporzioni epiche sulla perdita e l’abbandono.

David Fincher poteva sembrare poco adatto a mettere in scena una storia così malinconica, eppure la sua forza ed il suo talento purissimo hanno evitato che il film scivolasse verso un romanticismo di maniera.

The curious case of Benjamin Button comincia nel presente, a New Orleans, in una sala d’ospedale, dove un’anziana donna in fin di vita, Daisy, chiede alla figlia Caroline di leggerle le pagine di un diario ricevuto molti anni prima e rimasto chiuso, sino a quel momento.

Fuori, l’uragano Katrina minaccia di travolgere tutto, ma saranno le vite di Daisy e Caroline a venire sconvolte dalla lettura di quelle pagine.

Il diario racconta la storia di Benjamin Button, nato a New Orleans, con l’apparenza rugosa e le malattie tipiche di un anziano di circa ottant’anni, la sera dell’armistizio, che pose fine alla Grande Guerra.

La madre morirà nel darlo alla luce ed il padre, impaurito al solo vederlo, lo  abbandonerà sulle scale di un ospizio, dove viene trovato ed adottato dalla giovane governante Queenie.

Nonostante la profezia di un medico, che riteneva imminente la morte del piccolo, Benjamin avrà invece l’opportunità di crescere in una condizione straordinaria.

Mentre le persone anziane dell’ospizio, pian piano abbandoneranno la vita terrena, Benjamin diventerà ogni giorno più giovane, comincerà a camminare, a suonare il pianoforte ed a leggere.

Dodici anni dopo la sua nascita, all’età apparente di 70 anni, l’incontro con Daisy – una bambina dai capelli rossi, passata a trovare la nonna, ospite della casa di riposo di Queenie – cambierà la sua vita per sempre.

Abbandonata New Orleans, per imbarcarsi su una nave da rimorchio, scoprirà le gioie dell’alcool e delle donne in una casa di piacere e si innamorerà della moglie di un diplomatico inglese a Murmansk.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo vedrà partecipare agli scontri, proprio sul rimorchiatore, in una sequenza di straordinario impatto visivo e prodigiosa originalità.

Ritornato sano e salvo a New Orleans, apparentemente ringiovanito cinquantenne, in realtà neppure trentenne, incontrerà nuovamente Daisy, solo per perderla ancora, in una continua rincorsa tra la Louisiana, New York e Parigi, dove la giovane ragazza si esibisce come ballerina di danza classica.

Ci vorranno ancora molti anni ed un drammatico incidente, raccontato da Fincher con un’iperbole narrativa di rara bellezza, perché Benjamin e Daisy possano superare le onde di un destino, che li vuole perennemente fuori sincrono.

Si incontreranno nell’età di mezzo, vivranno momenti felici e spensierati, avranno una figlia e divideranno un appartamento.

Ma la felicità spensierata delle corse in moto e dei momenti di intimità durerà poco.

Le responsabilità di essere padre e marito si scontreranno con l’ineluttabilità del destino Benjamin, un adulto nel corpo di un ragazzino.

Raccontare di più sarebbe un peccato.

 

David Fincher, al suo settimo lungometraggio, ha realizzato probabilmente il suo film più forte e sincero.

La capacità straordinaria con cui giustappone elementi magici e realismo, lo avvicinano ai grandi sudamericani, da Borges a Garcia Marquez.

L’uso intensivo degli effetti speciali computerizzati, raramente è stato così sapiente e adeguato.

Un film di una bellezza triste, che rintocca come quell’orologio che si vede all’inizio, perfettamente decorato, ma che funziona al contrario, nel vano tentativo di riportare in vita i figli perduti nelle trincee della Marne.

Benjamin è interpretato da Brad Pitt, dall’inizio sin quasi all’ultima scena, in un arco temporale, che neppure il Welles di Quarto potere aveva osato interpretare.

Naturalmente gli effetti digitali ed il make-up hanno reso possibile questa sfida titanica, ma il trionfo di Fincher non è puramente tecnico: risiede invece nella capacità di mantenere, nel corso delle quasi tre ore di durata, un grande equilibrio narrativo.

I rari detrattori del film hanno lamentato un certa freddezza di fondo e l’incapacità di identificarsi pienamente con il personaggio di Benjamin.

A me sembra che entrambi gli elementi valorizzino il percorso coraggioso intrapreso da Roth e da Fincher, insieme a Brad Pitt.

La scelta di fare del personaggio di Daisy il cuore emozionale del film è evidente sin dalle prime scene.

E’ lei che ci trasporta nella storia di Benjamin ed è lei che nell’ultima parte del film si fa carico della sua eredità morale.

Roth ha fatto del protagonista un altro personaggio guidato dalla particolarità della propria condizione umana e Fincher ha evitato che il sentimentalismo ed un troppo forte coinvolgimento storico rovinassero la sua affascinante parabola.

Quanto all’interpretazione di Brad Pitt, è vero che l’attore ultimamente sembra più interessato alle sfumature dell’apparenza, che alle dinamiche espressive, ma è in fondo la condizione particolarissima di Benjamin ad imporlo, in questo film: un personaggio che è contemporaneamente saggio ed innocente, anziano ed inesperto, giovane e meditativo.

Even though Mr.Pitt’s coolness is a perfectly defensible approach to this character, his elusiveness, from film to the next, is starting to look more defensive than daring. His recent performances have been devoted mainly to the study of his own magnetism… but he will only be a great one if he risks breaking himself open on screen…[1]

Ma forse la verità è che il mistero di Benjamin Button, il segreto di una vita tanto straordinaria, rimane inaccessibile.

Non ci sono facili scorciatoie drammatiche e neppure spiegazioni semplicistiche.

Ed allora l’interpretazione in chiaroscuro di Pitt si incarica di rappresentare tutta l’ambiguità e la tragica malinconia di un uomo che non è mai a suo agio nei suoi panni, di un personaggio destinato a perdere precocemente le persone care e ad abbandonare la propria famiglia, prima di diventare un bambino senescente.

Al regista di Zodiac, Fight Club e Seven interessano evidentemente i labirinti, quelli formali e quelli narrativi, non le facili vie d’uscita drammaturgiche.

Audace, grandioso racconto sulla dolorosa accettazione della perdita, come parte integrante dell’esperienza affettiva, The curious case of Benjamin Button è un prodigio di interpretazioni e contributi tecnici.

Cate Blanchett è il centro emotivo del film ed il suo respiro profondo: la sua performance è come sempre entusiasmante, per capacità mimetica e forza interpretativa.

Taraji P. Henson nella parte di Queenie e Tilda Swinton in quella di Elizabeth sono altrettanto preziose e donano ai loro personaggi un’umanità sincera ed appassionata.

La fotografia digitale di Claudio Miranda – alla sua prima prova importante come direttore – utilizza spesso una notevole profondità di campo, che valorizza il lavoro dello scenografo Donald Graham Burt ed unisce sapientemente le elaborazioni della post-produzione con le performance degli attori, utilizzando dominati legate ai colori della terra, che donano al film la sua aura magica.

La colonna sonora di Alexandre Desplat è straordinariamente evocativa e segna sapientemente il passaggio degli anni, in una storia che si articola lungo l’intero arco del XX secolo.

Ma la sfida di Fincher e Roth è vinta soprattutto nell’eccezionalità di un racconto che parla di sentimenti assoluti, che segnano l’esperienza comune.

L’espediente narrativo e gli struggenti ‘brevi incontri’ tra Benjamin e Daisy, servono a rendere universale questa malinconica meditazione sulla mortalità, sul passaggio inesorabile del tempo e sulla dolcezza effimera dell’amore, appena prima che l’uragano Katrina, in procinto di abbattersi sull’ospedale di New Orleans, dove giace l’anziana Daisy, travolga per sempre il ricordo di un amore impossibile e del curioso caso di Benjamin Button.

Il curioso caso di Benjamin Button ***


[1] A.O.Scott, It’s the age of a child who grows from a man, New York Times, 25.12.2008

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