Man on wire

“My story is a fairy tale”

“Non è il voler conquistare l’universo, più semplicemente è la bramosia di un poeta, in cerca dei più bei palcoscenici del mondo”

 Philippe Petit, 2008

 “Every day was a work of art for him

 Anne Alix, 2008

Man on wire, fresco vincitore del premio oscar, quale miglior documentario dell’anno, è il sesto film di James Marsh, regista inglese con un’esperienza nel lungometraggio di finzione, grazie a The King.

Nato come opera televisiva, prodotta da BBC e Discovery, a partire dalle memorie di Philippe Petit, To reach the clouds,  il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival, riscuotendo unanimi consensi ed aggiudicandosi sia il premio del pubblico, sia quello della giuria.

L’anima cinematografia del progetto di Marsh è evidente: il racconto dei protagonisti ad oltre trent’anni di distanza dai fatti, si mescola con alcune ricostruzioni di fiction e con straordinarie immagini d’epoca, che alternano un poetico bianco e nero, ai colori tipici degli anni ’70.

Le musiche di Nyman e Satie accompagnano magnificamente il racconto del protagonista.

Il regista organizza la storia di Petit e dei suoi amici e complici, come se si trattasse di un heist movie: la scalata al World Trade Center e la passeggiata su una fune, tesa tra le due torri, è ricreata con grande sapienza drammatica.

Il film comincia la mattina di quel 7 agosto 1974, quando il gruppo dei francesi, accompagnato da due improvvisati complici americani, si avvia nei sotterranei delle due torri, per tentare quello che è stato chiamato “the artistic  crime of the century”.

La tensione, il rischio di venire scoperti, l’incertezza dell’esito e la fatica immane, compiuta per tendere il cavo tra i 40 metri, che separano i due grattacieli è raccontata da Marsh in un crescendo drammatico molto coinvolgente.

Contemporaneamente il film ci trasporta negli anni in cui un giovanissimo Petit si esercita all’impresa della sua vita.

Con gli amici di sempre e la fidanzata di allora, Anne Alix, comincia la sua avventura di funambolo dei cieli a Notre Dame, nel 1971, e poi a Sydney sull’Harbour Bridge nel 1973.

La sua straordinaria abilità sulla fune ha del miracoloso, eppure Petit sembra danzare su di essa in stato ipnotico, senza fare alcuna fatica: ci cammina, si inginocchia, si sdraia persino.

Ma il suo sogno si chiama World Trade Center: non è neppure stato completato, quando Petit, allora diciassettenne, vede su un giornale una foto pubblicitaria, che lo ritrae nello skyline newyorkese.

Quell’immagine è sufficiente per dare corpo ad un’ossessione apparentemente folle, eppure grandiosa.

La torre nord viene completata nel 1970 e quella sud solo nel 1973.

Petit trascorre giorni, mesi interi all’interno della struttura, studiando ogni minimo dettaglio, costruendo una miniatura del tetto delle due torri e studiando il modo di poter tendere un cavo tra le due estremità.

Con i suoi compagni d’avventura ricrea nella campagna francese le condizioni proibitive di tale passeggiata: il vento, la distanza esatta tra le torri, il modo con cui posizionare il cavo principale e quelli laterali, per tenerlo teso.

Momenti di bellezza truffautiana si alternano a prove e discussioni, perchè ogni cosa deve essere perfetta ad oltre quattrocento metri d’altezza.

Petit racconta se stesso con graziosa passione e le sue immagini d’epoca, mentre si allena e prepara il colpo del secolo, hanno un fascino del tutto singolare.

Erano anni difficili e turbolenti quelli di Petit, ma anche profondamente ingenui: è bastato chiedere all’addetto agli ascensori del WTC di essere condotti sul tetto delle torri, per vedersi trasportare al 101° piano, senza indugio e con tutta la voluminosa attrezzatura necessaria al colpo.

L’insofferenza del protagonista alle regole ed alle leggi si manifesta non attraverso movimenti collettivi o prese di posizioni politiche, ma con atti di guerriglia artistica di straordinaria bellezza, nei quali la sua stessa vita è a rischio, per il desiderio di stupire, di creare qualcosa di unico ed irripetibile.

Quando è catturato dalla polizia e poi rilasciato, i giornalisti continuano a chiedere a Petit il perchè di quella traversata suicida.

Ma non c’è un vero motivo: at the time president Nixon was resigning, so it was more than a performance, it was a daring breath of fresh air.

Tutto qui.

Come sempre succede per le opere d’arte, le risposte sono tanto evidenti, quanto profondamente misteriose.

Lo stesso presidente del World Trade Center, Guy Tozzoli, userà la traversata di Philippe, come straordinario veicolo pubblicitario.

L’impresa finirà sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo, garantendo ai nuovi grattacieli ed al funambolo francese gloria imperitura.

Eppure qualcosa si rompe definitivamente quella mattina del 7 agosto 1974: dopo la sua impresa più grande, Petit chiude la sua esaltante stagione di acrobata sul filo.

Persino i suoi rapporti con la fidanzata di allora e gli amici si deteriorano.

Quella straordinaria avventura è per tutti irripetibile: l’unicità del gesto e la sua grandiosa e fortunata riuscita rimangono senza seguito.

Marsh ed i suoi personaggi raccontano, con sincera commozione e nostalgia, la fine di quel momento di estasi collettiva: l’ossessione di Petit ha finito per travolgere le vite di tutti.

Philippe si è sempre rifiutato di commercializzare le proprie imprese e continua a vivere secondo l’idea che l’esistenza va vissuta on the edge.

Marsh, intelligentemente, non allude mai all’11 settembre: per l’ora e mezza del documentario, le torri sono ancora in piedi, solidissime, verticali, anzi il film ci mostra le lunghe fasi della loro costruzione, che accompagnano la nascita dell’ossessione di Petit.

Man on wire deve il suo titolo ad una frase, scritta nel rapporto di polizia del 1974.

Il film di Marsh non è solo un racconto di libertà, di sfida alla natura ed alle leggi degli uomini, ma è un meraviglioso atto d’amore per quelle torri: adorate, idolatrate, desiderate, sino alla prova più estrema.

Non c’è dubbio che il gesto bellissimo di Petit ha contribuito ad accrescerne il mito ed a farle entrare nel cuore dei newyorkesi.

La bravura di Marsh è quella di ricreare la magia di quel folle miracolo, attraverso le testimonianze umanissime dei partecipanti: la bellezza estetica si unisce alla tensione drammatica ed alle emozione fortissime di quei 45 indimenticabili minuti, sospesi tra le nuvole.

Man on wire ***1/2

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