Project Nim Vs Senna

Negli ultimi anni il cinema del reale ha conosciuto uno sviluppo fortissimo, non solo grazie al ruolo di alcuni canali televisivi dedicati ed a quello dell’home video, che si è arricchito di contenuti realizzati e pensati per dare lustro e ricostruire storie del passato, anche legate al cinema.

In realtà a partire dal lavoro di grandissimo successo di Michael Moore, il documentario, vero, falso, verosimile, ha assunto un’importanza centrale nel discorso cinematografico ed ha trovato spettatori e sale disposti a prestargli ascolto.

Ma quanti di questi prodotti hanno davvero dignità di opere cinematografiche e quanti invece si limitano a mettere in sequenza immagini di repertorio e interviste, senza un discorso che tenga assieme la rappresentazione di un fenomeno e la sua dimensione narrativa?

Ci vengono in soccorso due dei più noti documentari, usciti nel corso della stagione: Senna di Asif Kapadia e Project Nim del premio Oscar James Marsh.

Senna **

Il francese tenta di ricostruire la carriera sportiva e la parabola personale di uno dei più straordinari talenti del circus della Formula Uno: Ayrton Senna, tre volte campione del mondo, brasiliano di San Paolo, amato dalle donne, simbolo di un’intera nazione, animato da una fede incrollabile, pilota spericolato.

Kapadia sceglie di mostrare solo immagini di repertorio, spesso dall’on board camera della sua autovettura. Le stagioni si susseguono senza soluzione di continuità a partire dagli esordi sul Kart, sino alla tragica curva del tamburello del circuito di Imola.

Non c’è un narratore, ma un insieme di voci che si sovrappongono alle immagini: anche queste solo di repertorio. Ascoltiamo Senna, i genitori, la sorella, Prost, il medico della F1, il presidente della Federazione Jean Marie Balestre…

Il lavoro di Kapadia deve essere stato certamente lungo e complesso, nella scelta dei momenti da selezionare e delle voci da sovrapporre, ma il suo racconto rimane terribilmente in superficie, legato al qui ed ora. Immagini e voci sono tutte di repertorio, non c’è mai il tentativo di chiedersi davvero, perchè?

Persino la successione delle immagini è poco significativa. Ci sono alcune delle imprese sportive, frammenti di repertorio, interviste e immagini dei box. Perchè queste e non altre?

Senna ne viene fuori come un talento incosciente, con lo sguardo triste ed il destino segnato nelle Scritture, che amava consultare prima dei gran premi. La sua dimensione privata, il rapporto con la famiglia, con le tante donne della sua vita, con i compagni di squadra e con gli avversari si riducono a pochissimi frammenti. L’unico vero personaggio accanto a lui è il cattivo per antonomasia, Alain Prost, il professore, lontanissimo dal suo modo di vedere la vita sportiva, spalleggiato dal burbero presidente della Federazione, Jean Marie Balestre, qui nelle vesti di Palpatine.

E’ un modo semplicistico di rappresentare una carriera memorabile, forse sufficiente per un pragramma tv, ma non per un’opera presentata al Festival di Cannes e proiettata nelle sale di tutto il mondo.

Troppo ristretto l’angolo prospettico, troppo angusto lo sguardo di Kapadia. Senna avrebbe meritato di meglio…

Project Nim ***1/2

Del tutto differente l’approccio di James Marsh, già autore dello straordinario Man on Wire e di una parte del Red Riding Trilogy.

Il Project Nim è un esperimento condotto negli anni ’70 da Herbert Terrace della Columbia University di New York e dai suoi studenti, per verificare se uno scimpanzé, cresciuto sin dalla nascita assieme a degli uomini, fosse in grando di sviluppare capacità comunicative, attraverso la lingua dei segni.

Sottratto alla propria madre all’età di due mesi e affidato prima alla famiglia di Stephanie LaFarge, un’ex allieva hippie di Terrace, fu trattato come un piccolo essere umano. Purtroppo nessuno dei LaFarge conosceva speditamente il linguaggio dei segni, pertanto Terrace nominò responsabile della formazione di Nim Laura-Ann Petitto, un’altra sua studentessa ventenne, con la quale Terrace abbe una breve relazione.

Nim fu quindi sotratto ai La Farge e spostato in una residenza della Columbia University assieme ad altri due insegnanti. Nonostante gli evidenti progressi, col tempo lo scimpanzé manifestò dei comportamenti violenti. Aggredì alcuni suoi insegnanti  per cui, all’età di quattro anni, venne riportato in Oklahoma, dove era stato prelevato.

Con i dati raccolti Terrace scrisse diversi articoli, affermando però che il Progetto Nim era stato complessivamente fallimentare,  dubitando che lo scimpanzè potesse articolare una frase compiuta, pur conoscendo alcune parole. Le immagini però ci mostrano una realtà non solo comunicativa, ma anche affettiva del tutto differente.

Il centro dell’Oklahoma era piuttosto primitivo, soprattutto per un animale che aveva vissuto tutta la sua vita in mezzo agli uomini. Terrace tornò una sola volta a trovare Nim, un anno dopo. Poi se ne disinteressò. Lo scimpanzè fu trasferito in un laboratorio della Columbia dedicato alla sperimentazione sugli animali, una sorta di lager, e quindi in una fattoria chiamata Black beauty, dove però era l’unico primate.

Anche Marsh utilizza foto e filmati dell’epoca, ma lo fa costruendo un racconto avvincente, in cui la miseria umana del prof. Terrace e dei suoi collaboratori, si contrappone alla vitalità di Nim ed al suo successivo abbandono alla solitudine.

I protagonisti sono stati intervistati da Marsh a distanza di 30 anni dai fatti, ma le loro motivazioni, i loro obbiettivi, la stessa capacità di gestire un progetto così ambizioso vengono continuamente messi in discussione. Ad un certo punto, una studentessa si giustifica dicendo “erano gli anni ’70″… come dire: erano anni allegri, spensierati, non troppo rigorosi.

Il film di Marsh non è solo la ricostruzione di un esperimento fallito, ma un meraviglioso racconto dickensiano, che comincia con la violenta sottrazione di Nim alla madre naturale e continua tra il disordine seventies di casa LaFarge, la comune hippie della Columbia University e quindi le gabbie dell’Oklahoma e dei laboratori di analisi.

Lo scimpanzè curioso e collaborativo degli inizi diventa un primate incupito e malinconico, violento e vendicativo.

Project Nim è anche uno straordinario studio sull’identità, sui condizionamenti dell’ambiente e sulle aspirazioni frustrate.

Attorno a Nim, le dinamiche di potere, sesso, amicizia vengono messe a dura prova e sembrano avere il sopravvento sul suo destino. Certamente Nim è stato molto amato, ma anche sfruttato senza pietà, per gran parte della sua vita.

Mantenendo una salutare ambiguità, Marsh, ritornando sul progetto Nim, finisce per raccontarci qualcosa di più importante sui suoi insegnanti, sui suoi aguzzini, sui suoi genitori adottivi.  In fondo su di noi.

Da non perdere.

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