La ruota delle meraviglie

La ruota delle meraviglie **1/2

‘As a poet, I use symbols, and as a budding dramatist, I relish melodrama and larger-than-life characters’
Mickey, Wonder Wheel

Il nuovo film di Woody Allen sembra scritto proprio da uno dei suoi personaggi, lo studente Mickey, bagnino per occasione, commediografo per passione.

E’ la sua voce incerta e acerba che ci introduce nel mondo di Coney Island: siamo negli anni ’50, la Guerra è finita da poco e tutto sembra tornato alla normalità. Le spiagge sono piene, il boardwalk è affollato di giovani e di giostre. Ma l’illusione giocosa e spensierata dell’estate, nasconde le vite spezzate dei suoi protagonisti.

Ginny, che sognava una vita d’attrice, ha avuto un figlio da un batterista che l’ha abbandonata, dopo aver scoperto il suo tradimento. E’ costretta a fare la cameriera in uno dei locali sulla spiaggia, mentre il nuovo marito, il burbero Humpty, si occupa delle giostre.

La sua vita è fatta solo di rimpianti, di illusioni, di occasioni mancate. Suo figlio Ritchie sembra subire il la disgregazione familiare, appiccando incendi in continuazione, provocando nuove sofferenze e preoccupazioni alla madre.

Ginny però sembra trovare una via d’uscita alla sua angoscia in una relazione clandestina con il giovane bagnino della spiaggia n.7, Mickey, appunto. Un uomo capace di apprezzarne il talento, di farla evadere, sia pure per qualche momento, dalla sua infelicità.

Quando però la figlia di Humpty, Carolina, si presenta a casa del padre dopo cinque anni d’assenza, perchè il gangster con cui era fuggita l’ha minacciata di morte, il fragile e provvisorio equilibrio che si era creato, va di nuovo in frantumi.

E’ un Woody Allen cupo e malinconico quello di La ruota delle meraviglie. Sin dalla prima scena vediamo i personaggi come imprigionati nelle mura di vetro della loro casa, come nel loro destino beffardo. Anche se le finestre si affacciano proprio sulla grande ruota panoramica di Coney Island e sui giochi da fiera per i turisti, l’esistenza di Ginny non è per nulla giocosa o lieve. Il peso delle sue illusioni comincia a pesare sulle sue spalle, l’imminente quarantesimo compleanno, sembra una condanna definitiva sulle proprie ambizioni, personali e artistiche.

L’impianto teatrale della messa in scena, i suoi eccessi melodrammatici e una certa esasperazione recitativa sembrano usciti proprio dalla penna di Mickey, più che da quella di Allen. Ma si tratta di un sofisticato gioco metacinematografico o solo di un dramma che mette in scena il suo proverbiale pessimismo? Difficile dirlo, certo è che si stenta a riconoscere in questi personaggi, la tipica leggerezza alleniana. Non ce n’è traccia.

Si sento molto di più il debito con il melodramma del grande teatro americano di quegli anni, da Tennesse Williams, al più volte citato Eugene O’Neill, così come a livello tematico, compositivo e coloristico, si avverte l’influenza di Douglas Sirk e del suo direttore della fotografia Russell Metty. In particolare il film di Allen richiama esplicitamente l’incipit de Lo specchio della vita, con la spiaggia affollata di Coney Island.

Siamo dalle parti di Blue Jasmine, ma qui non è tanto il castello di bugie e illusioni a crollare addosso alla protagonista, quanto più semplicemente un desiderio di vendetta, che asseconda il male, per non affrontare fino in fondo, le conseguenze del proprio fallimento.

Eppure nel film di Allen, non c’è questa volta una via d’uscita filosofica o (a)morale: il mondo di Ginny rimane come cristallizzato: non c’è alcuna evoluzione possibile.

Non è un caso che il personaggio più incredibile del film, il figlio Ritchie, un ragazzino che sembra interessato solo a due cose, il cinema e il fuoco, continui a bruciare delle sue passioni, incurante di tutto e di tutti.

Una cosa è certa: il lavoro di Allen con Vittorio Storaro ha del miracoloso. Il maestro italiano, alla sua seconda collaborazione con il regista newyorkese dopo Café Society, ha deciso visualizzare le due protagoniste attraverso tonalità e dominanti del tutto opposte. Se Ginny entra in scena quasi sempre al tramonto ed è illuminata da colori caldi, come il rosso, l’arancione, il giallo ocra, che rappresentano simbolicamente il suo attaccamento al passato, Carolina invece attraversa lo schermo con una tonalità di azzurro e di blu, quella tipica dell’ora magica che sta tra il tramonto e lo spuntare della luna, così da rendere esplicito il suo legame più fragile e incerto con il futuro.

Mickey, naturalmente, a mezza strada tra le due, si trova a riflettere le tonalità di entrambe.

E così anche nell’appartamento di Humpty, illuminato soprattutto dalle luci delle attrazioni di Coney Island, si alternano le dominanti delle due protagoniste e i colori cambiano anche nel mezzo di una stessa sequenza, enfatizzando la teatralità drammatica del racconto.

Guardare La ruota delle meraviglie sul grande schermo è un’esperienza così gratificante da punto di vista puramente fotografico, che  per un attimo ci si scorda i suoi limiti, la sua cupezza senza uscita, la sua drammaturgia esasperata.

Ma fa tutto parte del dramma senza uscita di un’attrice di quart’ordine, che vorrebbe solo poter vivere d’arte e d’amore.

La Winslett sembra voler emulare la Leigh di Un tram chiamato desiderio, nella sua discesa in una follia straniata e alienante. Non è un caso allora che nel finale si vesta con i suoi vecchi abiti di scena, in un delirio di sensi di colpa e distacco dalla realtà.

L’illusione dura sino all’ultima bellissima scena. Peccato che poi quando le luci si riaccendono nella sala, si rimanga con la sensazione di aver ricevuto un regalo magnificamente confezionato, ma in fondo, una volta aperto, piuttosto crudele.

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