Un giorno di pioggia a New York

In occasione dell’anteprima stampa, abbiamo pubblicato una prima recensione, piuttosto severa e critica, sul nuovo film di Woody Allen. Con l’uscita nelle sale italiane di Un giorno di pioggia a New York, a distanza di oltre due anni dalla fine delle riprese, pubblichiamo una seconda recensione, differente per argomenti e giudizio, così com’è avvenuto qualche volta, in passato, su questo sito. Ora però tocca a voi: andate in sala a vederlo e scriveteci cosa ne pensate!

Un giorno di pioggia a New York ***

One thing about New York City: You are here or you are nowhere.
You cannot achieve another level of anxiety, hostility or paranoia anywhere else

Gatsby e Ashleigh sono due studenti del piccolo Yardley College, stanno assieme, ma non potrebbero essere più diversi: newyorkese blasé, inguaribile perdigiorno, appassionato di carte e dadi, lui; bellezza solare e inguaribile entusiasta della vita, lei, che viene da Tucson, Arizona, è figlia di un banchiere e studia giornalismo.

Quando il famoso regista Roland Pollard concede alla rivista della facoltà un’intervista esclusiva, Ashleigh viene invitata a New York, per realizzarla.

A Gatsby sembra l’occasione giusta per farle finalmente conoscere la sua città e per trascorrere un romantico weekend assieme: vinti 20.000 dollari a poker, li investe subito in una suite al Pierre, con vista sul Central Park.

Solo che la lunga giornata newyorkese dei due sarà molto diversa da quell’idillio immaginato: Pollard  è nel pieno di una crisi artistica, con l’unico conforto dell’ingenua Ashleigh e del suo sceneggiatore, Ted Davidoff. Gatsby invece ritroverà, sulle strade di Soho, amici di vecchia data e la sorella della sua prima fidanzata, Shannon, impegnata sul piccolo set di un corto studentesco.

Quella stessa sera la madre di Gatsby ha organizzato, come da tradizione, una grande festa con i suoi ricchissimi amici di Manhattan, che il figlio vorrebbe evitare più di ogni altra cosa al mondo.

Ma il destino si fa beffe dei desideri di Gatsby e allontana i due protagonisti: a lui non resta che sedersi al pianoforte e cantare un vecchio pezzo di Frank Sinatra, Everything happens to me.

La mattina dopo, nulla sarà più come prima.

Come spesso è accaduto in passato, Allen fa seguire ad uno dei suoi film più drammatici, il melò à la Sirk, La ruota delle meraviglie, una commedia romantica, apparentemente più leggera, punteggiata da un’ironia feroce e da une serie di battute affilatissime, che strappano più volte il sorriso.

Un giorno di pioggia a New York, la sua quarantottesima regia, è un distillato delle sue ossessioni ricorrenti ed è un ritorno alla commedia dei piani alti, sofisticata e intellettuale, ambientata in quella città, che nessuno ha ricreato con tanta passione, nel corso di una carriera lunga ormai mezzo secolo.

La sua New York non esiste per davvero, è l’immagine idealizzata di un innamorato, è un colpo di fulmine, che acceca e trasfigura. Ma è dolcissimo lasciarsi cullare da quell’illusione, da quella pioggia che bagna i protagonisti, da quei raggi di sole che si riflettono sull’asfalto e filtrano dalle grandi finestre negli interni soffusi.

Tutto può succedere in quello spazio, fuori dal tempo e dalla necessità. La vita è un grande set a cielo aperto, dove realtà e rappresentazione si confondono continuamente.

Come dice Shannon ad un certo punto “La vita reale è per chi non sa fare di meglio“.

Eppure, nonostante gli scherzi del destino, le tentazioni, le piccole e grandi infedeltà, lo spleen di Gatsby trova inaspettatamente la sua ragion d’essere e lo sguardo sognate di Ashleigh finisce per assomigliare a quello di una novella Dorothy, che vorrebbe vivere over the rainbow.

I due protagonisti forse sanno perfettamente quello che non vogliono essere o diventare, ma sono assai più indecisi e contraddittori su tutto il resto.

Il pessimismo esistenziale di Allen si fa strada anche nelle note agrodolci della sua commedia, quando le apparenze cadono e le bugie del passato rivelano una verità più complessa di quella immaginata.

La mediazione e il gioco della finzione che di solito accompagna i suoi alter ego cinematografici, qui manca: Gatsby Welles è senza maschere, assomiglia forse a quello che Allen ha sempre pensato di se stesso, un giocatore insoddisfatto, velleitario e incerto delle sue qualità, perennemente a disagio nella famiglia e nelle istituzioni sociali.

Il suo nome stesso è una dichiarazione d’intenti: i riferimenti al protagonista misterioso e romantico del romanzo di Fitzgerald e all’attore e regista, che più di tutti, nel Novecento, ha dissipato il suo talento, costretto ai margini del sistema e ostracizzato nel corso di tutta la sua carriera, non potrebbero essere più espliciti.

Alla fine, i due protagonisti sono davvero lontani come appaiono e l’equivoco del loro stare assieme si scioglie nel corso di una breve passeggiata in calesse. La lunga giornata newyrokese li sorprenderà a ripensare se stessi in modo diverso: se Ashleigh finirà travolta dal turbine mondano della Grande Mela, tra attori fascinosi e codardi, registi velleitari e depressi e sceneggiatori traditi, Gatsby si lascerà trasportare dagli incontri, riassaporando il gusto più vero della sua città, scoprendo nei ricordi, nelle note e nei profumi del passato, l’unico timone, per poter continuare a navigare verso il futuro.

Gatsby sembra perdere pian piano tutte le sue (in)certezze, lasciandosi andare alla deriva, ma il ritorno a casa sarà davvero rivelatorio. Maestro di disincanto, il regista lascia che la verità si faccia strada nel momento più inatteso.

La passione di Gatsby per il gioco, per il vizio, per quel demi-monde dove il talento e le fortune si vanno dissipando, come in un romanzo di Dostoevkij, è la sua vera eredità, lontana dagli attici con vista sul parco. E come in Crimini e misfatti, è una confessione a disegnare i confini di questo lascito.

Di fronte ad un mondo che ha scelto il successo e le sue scorciatoie, come unica misura di sè, Gatsby non ha paura di riaffermare la sua diversità.

Non sempre a fuoco la fotografia di Vittorio Storaro, alla sua terza collaborazione con Allen: se gli interni caldi e dorati sono impeccabili, meno incisiva è l’illuminazione degli esterni piovosi e grigi.

Indovinatissima la scelta degli interpreti, con lo spettinato Timothée Chalamet a condurre il gioco e la rivelazione Selena Gomez, nei panni di Shannon, l’unico personaggio che sembra vivere davvero con i piedi per terra.

Altrettanto impeccabile Elle Fanning, nel ruolo della provinciale entusiasta, la bionda svampita, travolta dagli eventi.

Il movimento del film spinge i personaggi dall’idillio sognato ad una realtà assai più prosaica e disillusa. Ma poi quello stesso movimento circolare, attraverso un semplice bacio, riporta tutto ad una nuova finzione romantica.

In questa ronde sentimentale, che si chiude sotto il buffo orologio di Delacorte in Central Park, è dolce lasciarsi trasportare: è solo una commedia, in fondo, un ombrello sotto cui ripararsi in un giorno di pioggia.

Ma quando non ce ne saranno più, le rimpiangeremo malinconicamente, con tutta la loro inattualità, il loro amore per il passato e l’illusione di rimanere giovani e innamorati della vita, per sempre.

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