Un giorno di pioggia a New York. Recensione in anteprima!

Un giorno di pioggia a New York **

Per uno come Woody Allen, il cui nome viene associato istintivamente tanto al cinema quanto a una condotta sessuale… sbarazzina, continuare a proporre lungometraggi in cui le donne sono frivole, molto giovani – tanto da continuare a sfoderare un ID che certifica che hanno raggiunto i 21 anni d’età – e molto ingenue non dovrebbe, a logica, essere la prima scelta. Eppure in Un giorno di pioggia a New York, in sala da giovedì 28 novembre, Ashleigh (Elle Fanning) è sciocca, vacua, bambinesca, mentre il suo ragazzo Gatsby (Timothée Chalamet) è profondo e tormentato. Due “creature diverse” e complementari, soprattutto a livello di intelletto. I due fidanzatini hanno in programma di passare un weekend a Manhattan. Lui lì è di casa, lei di passaggio per intervistare il noto regista Roland Pollard.

È indicativo che un film che tratta di tanti temi caldi – su tutti, per tutti, l’incertezza di una generazione dai talenti sparsi che non sa che direzione prendere – fallisca comunque nell’intento di generare qualsiasi tipo di identificazione con lo spettatore. I dubbi di Gatsby sono vuoti manierismi pescati dall’immagine stereotipata di flaneur, il loro snocciolarsi delinea a stento l’immagine di un ragazzetto viziato che lascia alle spalle una vita da borghese per darsi a una ribellione indefinita. È in un certo senso l’antieroe che nel suo antidogmatismo si ritrova paradossalmente rinchiuso in un dogma: lui è libero, lui non ha futuro, lui conosce qualsiasi autore e regista di nicchia, eppure pare fare tutto quel che fa solo per fare un dispetto alla propria famiglia.

Questo gioco di ying e yang fra cinico e ingenua, poeta e oca che si consuma in assenza l’uno dell’altra – le rispettive giornate seguono binari paralleli – è così ovvio da diventare fastidioso.

Il punto del vedo non vedo è generare una tensione, un’aspettativa. Quello che vedo può essere più o meno interessante, ma quello che conta davvero è cosa suggerisce. Intuire che esiste una dimensione ulteriore e che ne faremo esperienza solo decifrando e facendo uno sforzo di comprensione ci rende parti integranti del processo cinematografico.

Qui però è tutto così palese, schiacciato, bidimensionalizzato che ci si può aggrappare solo a gag che strappano risatine secche e ai tic nervosi messi in campo dagli attori, pur di trovare un qualsiasi tipo di appeal nell’esperienza.

Nevrosi e humour sono da sempre capisaldi di Allen e l’autorialità ha un suo peso specifico, però se si intende proseguire a fare film, ingombrando di fatto lo spazio che potrebbe occupare qualcuno di più giovane e con più guizzo, è importante anche saper proporre degne varianti sul tema. Chalamet si ritrova a impersonare Allen giovane, in modo non molto convincente. La Fanning segue a ruota. Solo Selena Gomez si salva portando della carica sarcastica, che trascende dal film in cui si trova, e brilla di luce propria.

La solita minestra propinataci da Woody da qualche anno a questa parte, fra scelte di regia basilari, un finale da commedia americana che si prende troppo sul serio per risultare ironico, qualche star del momento e poca sostanza.

Allegro, si fa guardare, nulla più.

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