22 luglio

22 luglio **

Ancora una volta l’inglese Paul Greengrass mette al centro del suo film il racconto di un attentato terroristico: Bloody Sunday, che ha lanciato la sua carriera con l’Orso d’Oro a Berlino nel 2002, ricostruiva la strage di Derry nell’Irlanda del Nord,  United 93 nel 2006, il dirottamento di uno degli aerei coinvolti nell’11 settembre, Captain Phillips nel 2013, l’attacco alla nave Maersk Alabama da parte di pirati somali.

Questa volta siamo invece in Norvegia, ad Oslo e nella piccola isola di Utoya, il 22 luglio 2011, quando il suprematista e nazista Anders Breivik, provocò da solo 77 morti, prima con una bomba piazzata nel quartiere governativo della capitale, quindi trucidando con il suo fucile i ragazzi del partito laburista, che partecipavano ad un campo estivo, che per lo stesso primo ministro era stato occasione decisiva, per la sua formazione politica.

Il film di Greengrass, diversamente da Utoya – 22 july del norvegese Erik Poppe, presentato quest’anno a Berlino, che in un unico piano sequenza mette in scena gli 80 minuti del duplice attacco, non si concentra sull’attentato, ma su quello che accade dopo: la reazione pubblica e quella della politica, il processo e la difesa di Breivik, le testimonianze delle vittime sopravvissute.

Grengrass, allargando il quadro e cercando di far comprendere i motivi e le conseguenze del massacro, sembra voler dialogare soprattutto con l’Europa di oggi.

Se nel 2011, le farneticazioni xenofobe e razziste di Breivik potevano sembrare il parto di una mente isolata e il frutto di un revanchismo fanatico e dissennato, che non poteva avere alcuna legittimità nel dibattito democratico europeo, oggi invece quelle stesse parole, quelle stesse paure sono arrivate al governo di molti paesi ed hanno conquistato il sostegno di fasce sociali sempre più grandi, in Europa e negli Stati Uniti.

Nonostante Greengrass sia noto per essere uno straordinario regista d’azione, qui il suo talento passa in secondo piano e si mette al servizio di una riflessione politica complessa, che racconta la dignità e la forza di un paese intero colpito a morte, nella sua parte più indifesa.

Rinunciando ad un approccio più diretto ed emotivo, Greengrass mostra invece quale importanza decisiva abbiano avuto le mediazioni dei vari attori sociali, nell’elaborazione del lutto collettivo.

Il primo ministro incarica una commissione indipendente di indagare gli errori e le defaillance dell’intelligenze e delle forze dell’ordine, il potere giudiziario valuta la sanità mentale di Breivik a fondo, prima di giudicarlo, l’avvocato del terrorista, pur essendo un convinto laburista, svolge in modo impeccabile il proprio ruolo a difesa delle garanzie del sistema giudiziario, le strutture ospedaliere prestano soccorso e sostegno ai sopravvissuti e alle famiglie: insomma il famoso welfare del nord europa, in tutta la sua impeccabile efficienza.

Eppure quello stesso sistema democratico ha prodotto un giovane come Breivik e continua a produrre odio, paure, fascismo, in misura sempre più preoccupante. Qualcosa si è rotto e nessuno sembra in grado di ripararlo.

Con 22 july Greengrass è più interessato a mettere in scena le parole piuttosto che le azioni, perchè l’atrocità delle prime non è meno inquietante delle seconde.

Una delle ragazze sopravissute alla strage, figlia di due profughi, durante la sua deposizione al processo, chiede a Breivik: “cos’è che ti fa così paura di me?”

Il senso di questi tempi di oscurità e confusione è forse tutto in questa domanda retorica, che ciascuno può rivolgere a se stesso.

Girato in inglese, con un cast interamente locale, il film di Greengrass è certamente meno efficace di quello di Poppe, incapace di trasformare le sue buone intenzioni in cinema, soprattutto a causa di una scrittura drammatica e di una ricerca formale, che si distanziano troppo poco da quelle che siamo abituati a vedere nelle serie telvisive: è un difetto che sembra aver contagiato molti film del concorso, appiattiti su scelte narrative, di illuminazione e di messa in scena davvero troppo convenziali.

Quasi che il linguaggio seriale, nella sua anonima mediocrità e nei suoi cliché ormai codificati, sia diventato il denominatore comune di un certo cinema adulto, che sembra proprio quel cinéma de papa, contro cui se la prendevano i ragazzacci dei Cahiers du cinema, anche sessant’anni fa.

Regia:
Paul Greengrass
Durata:
143’
Paesi:
Norvegia, Islanda
Interpreti:
Anders Danielsen Lie, Jonas Strand Gravli, Jon Øigarden, Isak Bakli Aglen, Seda Witt, Maria Bock, Thorbjørn Harr
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