Venezia 2018. The Nightingale

The Nightingale **

L’unico film diretto da una donna del concorso veneziano è uno dei più crudi e controversi, visti al Lido. Un racconto di vendetta, una caccia all’uomo, nella Tasmania del 1825, che non prevedere perdono nè compassione.

Clare è una giovane ladruncola irlandese, deportata in Australia e finita prigioniera di un avamposto in mezzo alla terra selvaggia. Un giovane tenente dell’esercito inglese le ha consentito di sposarsi, ma la tratta come una cosa propria, facendola cantare per i suoi uomini e violentandola brutalmente.

La sua voce da usignolo piegata dal dolore dello stupro.

Quando il marito scopre l’ennesimo abuso, decide di affrontare l’ufficiale britannico. Finirà malissimo.

Costretto a scappare la vicina Luddington per guadagnare i gradi di capitano e sfuggire dalle sue violenze, il tenente, due suoi uomini e tre schiavi, tra cui un ragazzino, si addentrano nella foresta, con la guida di un anziano aborigeno, l’unico capace di trovare una strada verso la città.

Sulle sue tracce si precipita Clare, animata dalla furia vendicatrice. Ad accompagnarla un giovane nativo, Billy, a cui gli inglesi hanno tolto tutto. Tra i due, il rapporto tradizionale servo/padrone, imposto dalla colonizzazione, perde pian piano ogni significato…

Jennifer Kent, al suo secondo film dopo l’acclamato horror The Babadook, che pure ci aveva lasciato più dubbi che entusiasmi, sceglie una storia fosca e primoridiale, che prende le mosse da una violenza insostenibile, che muove i suoi personaggi e li mette in cammino lungo i sentieri della wilderness.

Scelto un formato stretto, che elude ogni intento paesaggistico e schiaccia i suoi protagonisti all’interno di un destino segnato da una violenza progressiva e claustrofobica, che non trova mai pace, la Kent non ha paura di manipolare il suo pubblico, utilizzando la violenza, in funzione unicamente emozionale.

The Nightingale sembra avere l’ansia di essere sempre dalla parte giusta della Storia e lo fa accentuando radicalmente gli elementi drammatici, con l’obiettivo manifesto di sostenere una tesi più che di costruire un racconto.

Si è parlato molto in questa ultima stagione di sguardo femminile, di sensibilità diverse, da promuovere anche dietro la macchina da presa. Il proposito è sacrosanto e arriva sin troppo in ritardo.

Tuttavia lo sguardo della Kent è crudo fino al rigetto e talvolta persino gratuito. Ed anche il suo innegabile talento narrativo finisce per eclissarsi, sotto il carico delle buone intenzioni, con cui imboccare a forza i suoi spettatori.

Il manicheismo con cui dipinge i suoi personaggi, fino a farne cliché narrativi definiti e già visti molte volte, nuoce al suo film e all’ambiguità, che ogni storia di vendetta dovrebbe provare ad avere, almeno per chi non creda all’ineluttabilità della giustizia da antico testamento.

The Nightingale diventa invece un western senza dubbi, con i buoni e i cattivi nettamente distinti, incapaci di deviare dal ruolo scritto per loro, sin dall’inizio: l’inglese é una canaglia razzista, violenta fino al parossismo, una bestia feroce in divisa, Clare la vittima che si ribella al suo ruolo, l’aborigeno Billy la guida saggia e leale, che è stata spogliata degli affetti e della terra e che alla fine si sacrifica, perchè il cerchio si chiuda davvero.

Lo sguardo orrorifico della Kent cerca l’effetto ripugnante, disturbante e ci riesce benissimo: il suo però è cinema immorale, che gioca con il suo pubblico, costretto a mettere da parte qualsiasi riflessione e a subire l’assalto della sua indignazione.

Da dimenticare.

Regia:

Jennifer Kent

Durata: 136’
Paesi:

Australia

Interpreti: Aisling Franciosi, Sam Claflin, Baykali Ganambarr, Damon Herriman, Harry Greenwood, Ewen Leslie, Michael Sheasby, Charlie Shotwell
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