The Babadook

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The Babadook **1/2

Presentato al Sundance lo scorso febbraio e subito circondato da un aura di mistero e paura, il film d’esordio dell’australiana Jennifer Kent, The Babadook, è stato accolto con grande interesse anche al Festival di Torino, dove il suo culto ne è uscito ancor più rafforzato.

La Kent, un tempo attrice, sull’onda di Dancer in the Dark chiese a Von Trier di farle da maestro e partecipò alle riprese di Dogville.

I protagonisti sono una mamma ed il suo bambino. Lei è Amelia, fa l’infermiera in una casa di riposo. E’ rimasta sola proprio la notte in cui ha dato alla luce Samuel. Un incidente d’auto sulla via dell’ospedale è stato fatale per il marito.

Tra madre e figlio c’è un rapporto di continua tensione. Il piccolo è inquieto, sovreccitato, continuamente in movimento ed ossessionata dalla necessità di difendersi da mostri e uomini neri che sembrerebbero assediare le sue notti.

Anche la madre comincia però a scendere i gradini della follia. Convinta che il personaggio di un libro dell’orrore trovato in casa abbia preso di mira lei e la sua casa, si assenta dal lavoro, si isola da un mondo che le è sempre stato indifferente se non ostile e si prepara all’assedio con Samuel ed il loro cagnolino.

Il delirio passa quandi dal figlio alla madre, che finiscono reclusi in una casa da incubo.

Non vi diciamo di più, per rispettare il lavoro della regista e sceneggiatrice australiana.

Il film naturalmente si porge come metafora di un rapporto pieno di luoghi oscuri e di dolore rimosso. La regista naturalmente lascia aperte molte possibilità interpretative, ma è proprio nella famiglia che sembrano risiedere le paure più profonde, i desideri inconfessabili, i sentimenti più forti.

E l’uomo nero, Mr. Babadook, sembra essere l’incarnazione di un passato con il quale non si riesce davvero a fare i conti.

Un passato che mina la propria autorevolezza genitoriale e che ne mette in crisi ogni decisione. La mancanza di affetti, lo stress quotidiano, il carico di aspettative e di attese scatena i peggiori istinti di sopravvivenza.

La mancanza di comprensione e le convenzioni sociali finiscono poi per isolare ancor di più la protagonista, che si lascia sopraffare dai suoi incubi più disturbanti.

Il film della Kent è indubbiamente originale e sfrutta senza enfasi i luoghi comuni del genere e le ristrettezze di budget, senza assalti allo spettatore, senza furbizie di quart’ordine, calcando la mano sugli elementi surreali piuttosto che su quelli prettamente di genere.

Il finale poi è particolarmente rivelatorio e originale, sciogliendo la tensione in un epilogo di notevole sincerità.

Il film però non è quel capolavoro annunciato da molti, non spaventa proprio nessuno e denuncia molti limiti nella messa in scena drammatica e nella costruzione dei personaggi. Non convince molto questo slittamento progressivo della tensione tra figlio e madre, troppo meccanico e programmatico.

Non a caso il film nasce come un cortometraggio nel 2005 e la Kent lo ha riadattato solo ora.

E’ un buon esordio. Attendiamo però di ritrovare la Kent su un altro soggetto, prima di proclamarne la prematura canonizzazione.

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