Dopo il clamoroso e ingiustificato successo di Bohemian Rhapsody, il londinese Graham King ha deciso di replicare la stessa formula con Michael, invitando il commediografo e sceneggiatore John Logan (Ogni Maledetta domenica, Il Gladiatore, The Aviator, Skyfall) a immaginare un biopic simile su Jackson, controverso “Re del Pop”, già enfant prodige coi Jackson 5 alla Motown, quindi interprete e autore di alcuni degli album solisti più venduti di sempre, icona inarrivabile negli anni ’80 e infine travolto da scandali e accuse che occuperanno le cronache negli ultimi della sua vita, chiusa bruscamente per un arresto cardiaco indotto da un eccessiva somministrazione di antidolorifici ad appena 50 anni.
La produzione ha subito molti rallentamenti e il film è stato più volte rimandato con la seconda parte rigirata e poi esclusa dal montaggio finale a causa di controversie legali.
Il film è costruito circolarmente a partire dalla data londinese del Bad Tour del 1988, il suo primo da solista.
La storia si riavvolge per ritrovare il piccolo Michael a Gary nell’Indiana, settimo di nove figli, vessato sin da bambino dal padre-manager Joe, custode ossessivo e brutale del successo musicale dei suoi figli.
Come spesso accade in questi casi è molto sottile il confine tra la disciplina e i sacrifici necessari ad emergere in un campo così affollato e l’inutile vessazione sadica dei genitori, interessati solo a produrre a tutti i costi dei vincenti, riscattando le proprie frustrazioni.
Quello che è certo è che il vero villain di questa storia è il padre Joe, da cui il timido Michael cerca in tutti i modi di emanciparsi, senza riuscirci fino in fondo, cedendo puntualmente alle sue richieste, in nome della famiglia.
Il film ripercorre gli anni d’oro del quintetto dei Jacksons fino al contratto con la Motown di Berry Gordy, per poi riprendere alla fine degli anni ’70 quando il desiderio di autonomia di Michael incontra il talento di Quincy Jones e produce i tre celebratissimi album Off the Wall, Thriller e Bad che spingeranno il cantante verso vette di popolarità inarrivabili.
Nel film emergono l’amore di Michael per gli animali, ospitati nella villa di Encino, la sua passione per Peter Pan in un’infanzia protratta oltre ogni limite ragionevole, la sua generosità verso le istituzioni che si occupano dei bambini in difficoltà.
Compaiono il suo fidatissimo bodyguard, lo scimpanzé Bubbles, la vitiligine e le operazioni di chirurgia plastica, l’incidente durante lo spot della Pepsi, l’avvocato John Branca e il capo della Epic che impone a MTV di passare i video di Michael, primo artista nero programmato sulla celebre tv all music.
Il resto rimane nell’ombra, mentre l’unico conflitto su cui il film costruisce la sua parabola è quello col padre-padrone dagli occhi chiari.
Film di puro fan service, in cui lo spazio maggiore è dedicato alle canzoni e alle esibizioni live dell’interprete Jaafar Jackson, nipote di Michael, il lavoro girato da Antoine Fuqua in modo svogliato e anonimo, si limita a impaginare scene della vita del suo protagonista, come parentesi necessaria a legare brano dopo brano.
Ma davvero interessa a qualcuno un film di questo tipo? La fan base di Jackson – probabilmente ancora piuttosto ampia – dovrebbe conoscere tutto sino allo sfinimento, per gli altri, compresi quelli che sono nati quando la sua stella era già stata offuscata da scandali e processi, il racconto di Michael è davvero poca cosa, costruito su cliché vecchi come il mondo e performance che pure si possono trovare originali su YouTube facilmente.
Jaafar Jackson è indubbiamente chiamato ad un’impresa impari, soprattutto per chi come noi, ricorda perfettamente lo zio in vita. Eppure la sua interpretazione è forse la cosa più interessante di un film sostanzialmente inutile.
Credibile sia nel timido privato familiare come nelle lunghe scene sul palco, Jafaar mi pare che superi anche lo scetticismo che i trailer e le prime immagini lasciavano intravvedere.
E’ un peccato tuttavia che sia voluto ridurre Jackson, sia pure omettendo tutta la seconda parte della sua vita e della sua carriera, ad un uomo isolato, chiuso in una sorta di prigione familiare, senza pure rendere conto del peso e del ruolo dei suoi incontri, da Paul McCartney a Brooke Shields, da Diana Ross a Madonna, passando per James Brown e Lionel Richie, con cui scrisse We Are the World. Del tutto trascurata la rivalità con Prince, ridotta ad una sola battuta, risultano assai poco significativi anche gli stessi Quincy Jones e Rod Temperton, seminali nel successo dell’artista, così come i registi celebri dei suoi videoclip, Scorsese, Landis, Coppola e Lucas e tanti altri ancora.
La stessa tensione personale e musicale musicale che produce quei tre album leggendari è rappresentata in un tentativo non pienamente riuscito di restituire il mistero dell’ispirazione, mentre è più divertente e significativa la fase delle registrazioni in studio.
L’unico elemento curioso e illuminante è la passione per i grandi ballerini del cinema del passato, da Gene Kelly a Fred Astaire, nei tanti film visti con la madre la sera, di cui forse Jackson si è sentito a lungo l’erede.
Ma è solo un lampo in film che rimane sempre in superficie, una sorta di MJ for dummies, che confida nella nostalgia e nella fedeltà dei tanti che l’hanno idolatrato in vita.
Sarà un successo?

