Più di altre opere, Lord of the Flies valse a William Golding il premio Nobel per la letteratura. Era il 1983 e perfino gli addetti ai lavori, equamente divisi nel pronostico tra gli eternamente sconfitti J. L. Borges e Marguerite Yourcenar, furono colti di sorpresa. Chi era questo oscuro scrittore, nato nel 1911 in Cornovaglia? In effetti, nonostante lo straordinario successo dell’edizione tascabile americana de Il Signore delle Mosche (titolo suggerito da T. S. Eliot), con 14 milioni di copie vendute e la diffusione del testo negli ambienti universitari, dove rivaleggiava per notorietà addirittura con Il giovane Holden di Salinger, Golding rimase per decenni un quasi sconosciuto, soprattutto nei paesi non anglofoni.
Figlio di un preside socialista e di una suffragetta, affascinato in gioventù dalle teorie antroposofiche steineriane, precoce poeta e cultore del greco antico, solo dopo la seconda guerra mondiale (arruolato nella Marina britannica ha modo di partecipare all’affondamento della corazzata tedesca Bismarck) Golding si dedica attivamente alla scrittura, in contemporanea con la sua esperienza di insegnante a Salisbury.
La genesi del romanzo, pubblicato nel 1954, si lega ad un episodio occorso allo stesso Golding. Il direttore della scuola ama fare “esperimenti” con le classi di quarta elementare. Agli studenti, divisi in due gruppi, con un arbitro e un adulto nel ruolo di supervisore, viene richiesto di affrontare un argomento in piena libertà. Facile immaginare cosa accade quando, un giorno, il professor Golding decide di uscire dall’aula. È la conferma alle proprie tesi sull’aggressività umana: il dibattito, infatti, è sul punto di degenere in aperta rissa.
La versione seriale del romanzo, presentata in anteprima all’ultimo Festival di Berlino, risulta divisa in quattro episodi, quattro come i protagonisti principali, Piggy, Jack, Simon e Ralph. Il progetto targato BBC è stato sviluppato da Jack Thorne, reduce dal trionfo di Adolescence, in qualità di showrunner e sceneggiatore, mentre il linguaggio delle immagini è frutto del talento di Marc Munden, già visionario regista di Utopia (2013 – 2014) e di The Third Day.
Nella miniserie, girata in località remote della Malaysia, recitano ragazzi senza alcuna esperienza attoriale. La direttrice del casting Nina Gold, tra le più importanti al mondo (Game of Thrones, Chernobyl, Slow Horses solo per citare produzioni impreziosite dal suo contributo professionale) ne ha selezionati una ventina, di età non superiore ai 13 anni. Il risultato è sbalorditivo. Il gruppo capitanato dai giovanissimi David McKenna, Lox Pratt, Ike Talbut e Winston Sawyers ha dato forma a un lavoro corale di grande compartecipazione emotiva.
Mentre nel mondo infuria un conflitto dai contorni non meglio precisati, forse addirittura di dimensioni planetarie, un aereo cade su un’isola deserta dell’Oceano Pacifico. I pochi adulti presenti a bordo muoiono. Bambini e ragazzi sopravvivono. Il primo a offrici un quadro della situazione è Piggy. Vaga nella foresta lussureggiante, prova a nutrirsi di qualche frutto (marcio), finchè incontra Ralph.
Piggy è grassottello, soffre d’asma ed è dipendente dai suoi occhiali, senza i quali sarebbe praticamente cieco. Ralph non brilla per simpatia, ma è istintivamente carismatico, sicuro di sé e prossimo alla maturità. I due decidono di esplorare l’interno dell’isola, scoprono sorgenti d’acqua in cui è piacevole immergersi (il caldo è insopportabile), infine raggiungono una spiaggia dove trovano una conchiglia, utilizzabile come primitivo strumento di richiamo. A uno a uno, attirati dal suono, i loro compagni superstiti escono dalla radura. Alcuni sono grandicelli d’età, alcuni decisamente piccoli.
Dalla gola alle caviglie erano avvolti in mantelli neri con una lunga croce d’argento sul petto… Il calore tropicale, la discesa, la ricerca del cibo, e poi quella marcia estenuante sulla spiaggia di fuoco, avevano dato al loro volto il colore delle prugne appena lavate. Il ragazzo che li comandava era vestito allo stesso modo, ma lo stemma del suo berretto era d’oro.
È il gruppo comandato da Jack, la squadra del coro. Alto, magro e ossuto, come lo descrive Golding, con la faccia grinzosa, brutta ma non stupida, Jack rivaleggia con Ralph per essere eletto capo. Ma è Ralph a prendere più voti, nella prima adunata dei ragazzini, con Jack costretto a ritagliarsi il ruolo minore di leader dei cacciatori. Piggy, l’unico a dimostrare saggezza, è preda di un bullismo strisciante e già crudele. Al momento delle presentazioni, Ralph non resiste alla tentazione di rivelare agli altri quel nomignolo disturbante (maialino). E Piggy, al secolo Nicholas, è anche unico a portare un paio di occhiali. Con le sue lenti i ragazzini accendono un fuoco di segnalazione. Purtroppo l’ebbrezza causata dalle fiamme tracima in entusiasmo incontrollato, quindi in un vero e proprio incendio. L’isola viene parzialmente data alle fiamme.
La divisione del lavoro assume i tratti di un’immedesimazione via via più profonda. Nel secondo episodio, dedicato a Jack, il figlio di un agente segreto, la caccia all’enorme maiale ha successo. I ragazzi esultano per aver assassinato l’unica scrofa dell’isola, nonostante le conseguenze del gesto: i cuccioli sarebbero morti e loro non avrebbero più avuto carne a disposizione. Ma che importa? Il conflitto tra senso di responsabilità e vitalismo sfrenato è solo agli inizi. Sulla collina, il fuoco si spegne mentre una nave passa all’orizzonte. Il capo dei coristi trasformati in cacciatori non accetta critiche, in particolare da Ralph. E soprattutto non ammette di provare paura nel percepire l’ignoto e di essere il primo a correre via in presenza di un pericolo.
Di fronte a loro, solo a tre o quattro metri, in un posto dove non doveva esserci nessuna roccia c’era una gobba simile a una roccia. Ralph udì distintamente un sommesso rumore come di qualcuno che parlasse: forse veniva dalla sua stessa bocca.
Tutti parlano di una bestia nascosta nella foresta. Qualcosa sembra venire dal mare. La presenza assedia i più piccoli, particolarmente bravi a percepirla. Entra nei loro sogni. I gemelli Eric e Sam dicono di averla vista. L’immaginazione esaspera l’orrore. Finalmente, nel terzo episodio la bestia parla a Ralph. Somiglia a una testa di maiale decapitata e issata su una picca. Perse le sembianze animali, è antropologicamente un feticcio, un idolo da venerare. Il diavolo, probabilmente. In fondo, “Signore delle mosche” è un epiteto per definirlo. Metafora evidente: i frutti lussureggianti celano un controcanto di larve. La putrefazione è il lato oscuro della bellezza abbagliante. Il male, come il sole, acceca.
Le maschere del coro sono presto sostituite con altre maschere, inventate, costruite a partire dagli stracci del mondo scomparso e colato a picco con l’aereo. I ricordi dei ragazzi non rimandano a un passato nostalgico in cui rifugiarsi. Non c’è felicità nella vecchia civiltà anglosassone plasmata dagli adulti. Cosa ha imparato Ralph dalla caccia al cervo? Quali insegnamenti hanno ricevuto i figli dai padri, molti dei quali ben inseriti nelle gerarchie militari, a parte un’etica protestante basata su un durissimo senso di colpa? Fra ape e uomo, diceva Golding, la sola differenza è che la prima produce miele, la seconda il male. D’altronde, la violenza per la specie umana è organizzata, rituale, codificata. È necessario un capro espiatorio, che possa canalizzarla, tanto da renderla il cemento di un inedito patto di convivenza.
Simon, il gregario disposto a seguire Jack nell’esilio, è l’anello debole, l’innocente, il classico agnello sacrificale. Epilettico, fragile, introverso, incapace di emergere nel gruppo, Simon rappresenta, suo malgrado, un legame reale e simbolico con il mondo di prima. In un diario racconta di lui, di Jack, di vicende trascorse insieme in cui traspare l’inclinazione meschina del suo compagno. Per fare tabula rasa, il diario è rubato con gli occhiali di Piggy. Lo scontro si fa reale, fisico. La cricca di Jack diventa tribù. Improvvisamente, la pioggia irrompe dall’alto, devasta l’isola, mentre il banchetto è in corso.
È tempo di abbandonare la civiltà. Il contagio assassino dilaga. Le lance colpiscono in basso, al cuore, al costato. L’ingresso nello stato di natura è celebrato con balli e canti. La foresta odora di fumo e sangue. I colori sono allucinati. Le foglie e i tronchi degli alberi sembrano disegnati da Matisse. L’estetica sperimentale non lascia indifferenti. La macchina da presa insegue i ragazzi cacciatori, si muove ai margini del loro cerchio invisibile. Una razza primordiale sta per nascere nel segno dell’odio e della prevaricazione.
Ogni riferimento all’attualità altrimenti raccontata in Adolescence rischia di non essere casuale. I protagonisti sono tutti uomini, tutti all’incirca coetanei, tutti della stessa nazione eppure destinati a dividersi. Sull’isola l’unico metro di valore è rappresentato dalla forza. Munden, il regista, ha evidenziato l’importanza dei temi del conflitto e dell’amiciza maschile. Questi giovani sopravvissuti, figli del talento letterario di Golding, non sono pazzi, sono semplicemente crisalidi di una nuova razza, piccoli uomini espulsi dalla Storia e poi rinati in forme sconosciute, in un bozzolo di tempo che sa di eternità, di mito, di carne macellata.
Il masso colpì Piggy di striscio, dal mento alle ginocchia: la conchiglia volò in mille pezzi bianchi e sparì. Piggy, senza dir nulla, senza senza nemmeno un gemito (non ne ebbe tempo) volò giù dalla roccia, di fianco, roteando nel volo… Le braccia e le gambe di Piggy ebbero qualche contrazione, come quelle di un maiale appena ucciso.
La conchiglia si rompe e con essa scompare, oltre al diritto di parola, anche ogni illusione di concordia. Piggy, il ragazzino orfano che, per la sua intelligenza, avrebbe potuto essere capo, muore. Nel romanzo il suo corpo affonda nelle onde di un mare ribollente. Nella serie è invece Ralph, l’amico, a seppellirlo, al termine di una scena straziante. Scompare, prima di lui, il bambino con la voglia sulla faccia, quindi Simon e forse altri, i meno adatti, i diversi, i perdenti. Roger, il guardiaspalle di Jack, si distingue per crudeltà.
Le scelte registiche virano verso un espressionismo da cuore di tenebra. Le gallerie dei volti entrano in comunicazione con lo spettatore. I ragazzi guardano dritti in faccia e ci interrogano. Uccidete la bestia, tagliatele la gola, potrebbe essere il grido di ciascuno. Ma la bestia non c’è. Il nemico è un illusione necessaria, un totem sepolto nelle profondità di una coscienza collettiva votata allo scontro e alla violenza.
Quando Ralph si chiede per quale motivo tutto vada sempre in rovina, purtroppo è già tardi. Solo l’arrivo dell’incrociatore rompe l’incanto. Con la civiltà rappresenta dalla divisa torna la ragionevolezza e il cerchio magico, costruito sul sacrificio rituale, viene infranto. Il pragmatismo delle buone maniere, tanto caro ai britannici, scade a banale maschera. Messo a nudo, l’uomo è così. “La natura mi induce a essere ottimista”, disse Golding, “e la ragione a essere pessimista”. Lo scrittore aveva conosciuto la guerra mondiale e temeva il conflitto nucleare. Al tempo della distruzione pianificata dagli algoritmi l’atto di accusa vola ancora più in alto: nè la tecnologia, né il progresso possono difenderci dalla bestia nascosta in noi stessi.
Titolo originale: Lord of the Flies
Numero di episodi: 4
Durata: 60 minuti l’uno
Distribuzione Sky Atlantic
Uscita in Italia: 22 Febbraio – 1° Marzo 2026
Genere: drama, thriller
Consigliato a chi: prendeva sempre 10 in geografia, non parte se non mette il lucchetto alle valigie, ha trovato un elefante nel suo pigiama (e sa anche il perché).
Sconsigliato a chi: ha sognato di fuggire in barca seguendo una meridiana, associa le noci di cocco alle vacanze estive, non ha mai sentito le urla delle formiche.
Visioni, letture e mostre parallele:
- Per qualcuno che avrebbe voluto non crescere mai: Hamid Ismailov, La fiaba nucleare dell’uomo bambino, Utopia editore, 2021.
- Chi l’ha detto che esiste l’età dell’innocenza? Il nastro bianco di Michael Haneke (2009), disponibile a pagamento su varie piattaforme.
- Perdersi nel colore, perdersi nell’incomprensibile: la mostra “Rothko a Firenze”, Palazzo Strozzi, fino al 23 agosto 2026.
C’era una volta la pietà: la sepoltura cristiana negata al pilota.

