Venezia 2015. 11 minutes

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11 minutes ***

Jerzy Skolimowski torna a a Venezia a cinque anni dalla vittoria del Gran premio della giuria per Essential Killing, con un thriller tesissimo, ambientato a Varsavia nella Plac Grzybowski, perfetto esempio di condivisione tra passato e presente architettonico.

Il film racconta 11 minuti nella vita dei suoi protagonisti, dalle 17 alle 17.11 dell’ 11 luglio scorso.

Il prologo è affidato alle immagini riprese dai cellulari dei personaggi, dalle videocamere i sorveglianza, da quelle dei loro laptop.

Subito dopo entriamo nel vivo del racconto, frammentato in mille pezzi, per dilatare l’effetto di quei pochi minuti, attraverso punti di vista diversi e apparentemente indipendenti: un marito geloso e la sua sposa, un bellissima attrice, che sta sostenendo un colloquio con un regista straniero in un albergo della piazza, uno spericolato corriere della droga, ex detenuto che vende hot dog, uno studente che cerca di rapinare un monte dei pegni, un operaio addetto alle pulizie delle finestre dell’hotel e la sua amante, una pornostar, un gruppo di paramedici di un’ambulanza, un ritrattista anziano, un gruppo di suore affamate ed un cane, condotto da una ragazza misteriosa.

Convergono tutti nella Plac Grzybowski per questi undici minuti di fuoco, che Skolimowski orchestra con una maestria impareggiabile, sovrapponendo e incrociando i diversi percorsi, giocando con la tensione e le attese, spingendo sull’acceleratore o rallentando fino a creare un mosaico, che troverà solo alla fine la tessera mancante.

Esercizio di stile e performance di pura regia e montaggio, il film di Skolimowski ha il solo difetto di arrivare un po’ tardi e di chiudere in modo un po’ troppo semplice e prevedibile, lasciando allo spettatore solo l’ammirazione per la sapienza della messa in scena.

Il film vorrebbe raccontare la deriva tecnologica che ci connette costantemente al mondo e la fragilità imprevedibile delle nostre vite, travolte dal caso.

L’apertura e la chiusura del film con quella sorta di terribile cimitero digitale, che perpetua in eterno la nostra presenza in vita, e con la cacofonia di immagini, che finiscono essere inghiottite da un rumore di fondo indistinto, sono la firma del maestro che lascia sullo sfondo l’enigma di una macchia nera che domina il cielo durante gli eventi e che ritorna sullo schermo alla fine.

11 minutes vive un presente dilatato e amplificato, nel quale il passato e le motivazioni assumono un peso relativo e spesso incomprensibile.

Ma questo in fondo non conta, perché, come diceva Monroe Starr ne Gli ultimi fuochi di Fitzgerald, “stavo solo facendo del cinema“.

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