Venezia 2015. De Palma

De Palma

De Palma **1/2

Il documentario che Jake Paltrow e Noah Baumbach hanno dedicato alla lunga e gloriosa carriera di uno dei maestri della New Hollywood, Brian De Palma ha il sapore dolce amaro di quei riconoscimenti al contempo tardivi e precoci.

Il settantacinquenne regista nato a Newark e cresciuto a Philadelphia sembra quasi congedarsi dal suo cinema al termine di questo lavoro, stanco forse di combattere contro produttori miopi, censura ottusa, recensori pigri e la Hollywood a cui non ha mai sentito di appartenere.

Il film comincia con le immagini de La donna che visse due volte dell’amatissimo Hitchcock, punto di riferimento essenziale del suo lavoro, e segue cronologicamente tutta la sua vita, dall’infanzia agli studi di fisica, poi quelli di cinema alla Sarah Lawrence di New York, i primi film con De Niro e Jennifer Salt sino all’ultimo Passion.

Il tempo dedicato a ciascuna delle sue opere è democraticamente molto simile, che si tratti del poco amato Fury o di Carlito’s Way – ‘difficile poter fare meglio’ – dello sperimentale Home Movies o del Blockbuster Mission:Impossible.

De Palma è un pozzo quasi senza fine di aneddoti: dal telefono in auto di Steven Spielberg, ai contrasti con Oliver Stone sul set di Scarface, dalle battaglie con femministe e censura per il suo trittico Vestito per uccidere, Blow Out e Omicidio a luci rosse al ‘metodo’ applicato da Sean Penn per Vittime di Guerra, fino ai due sceneggiatori in due alberghi diversi sul set con Cruise.

Il film è divertente e appassionato, ma piuttosto monotono nella struttura e incapace di suscitare quella tensione di cui De Palma era invece un maestro indiscusso. Gli intervistatori non appaiono mai né in video, né attraverso le loro domande ed il racconto diventa così un lungo flusso di coscienza, in cui sono le immagini a scandire il montaggio.

Chi volesse però riscoprire il cinema grande e sensuale di Brian De Palma dovrebbe davvero affidarsi ai suoi film, di cui questo documentario finisce per essere una sorta di brevissimo compendio, superficiale come tutti i bigini.

Certo, si resta come sempre senza parole di fronte al genio formalista di De Palma, alla sua maestria tecnica, ai suoi plongè, ai suoi piani sequenza, alla costruzione delle scene, alla poetica dello split screen, in fondo – semplicemente – al suo senso purissimo del cinema.

Un cinema del desiderio sempre scopertamente esibito, che l’ha quasi sempre relegato al ruolo dell’outsider, rispetto agli stessi compagni di viaggio Spielberg, Scorsese, Lucas, Coppola.

Oggi che il realismo minimalista è diventato la voce unica del cinema d’autore al di là e al di qua dell’oceano, c’è forse un solo regista che sembra aver raccolto il testimone di quello che negli anni ’80 si sarebbe chiamato cinema-cinema, ed è Quentin Tarantino, anche se l’enfasi sulla scrittura e l’eccentricità dei personaggi non sono mai stati una caratteristica peculiare nè di Hitchcock nè di De Palma.

Si ride molto e di gusto: il regista non ha nulla da farsi perdonare e può parlare ormai liberamente, lontano da Hollywood da oltre quindici anni.

Ma le sue sono sempre risate che nascondono l’amarezza di un bilancio che avrebbe potuto essere diverso: la macchina impietosa delle major alla fine l’ha avuta vinta, spingendolo a realizzare tutti i suoi ultimi film, tra cui spiccano l’epocale Redacted ed il riuscitissimo Femme Fatale, in una sorta di esilio forzato.

La consapevolezza che la sua vita cinematografica è arrivata quasi alla fine lascia una nota ancor più malinconica e commovente.

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