Yellow Letters

Yellow Letters ***

Il quinto film del berlinese quarantenne di origini turche İlker Çatak, è una nuova tagliente ricognizione personale all’interno di un altro microcosmo culturale. 

Se la scuola era al centro del fortunato La sala professori, è il teatro la quinta scelta per la storia di Yellow Letters.

Aziz è un affermato commediografo e professore universitario che lavora per il teatro di stato di Ankara assieme alla moglie, l’attrice Derya.

Dopo la prima del loro nuovo spettacolo, lei si rifiuta di fare una fotografia con il governatore locale, che ha occupato i posti a lui riservati in ritardo e ha lasciato per tre volte squillare il telefonino.

Il giorno dopo Aziz invita i suoi studenti a partecipare alla manifestazione pacifista indetta da un collettivo universitario, durante la sua lezione.

Dopo poco ad entrambi e a molti dei loro amici attivisti viene recapitata una lettera gialla, che intima il licenziamento immediato.

In un pugno di giorni perdono tutte le loro sicurezze, la casa, il lavoro, la stima dei colleghi, la loro stessa posizione sociale.

Costretti a rifugiarsi a Istanbul dalle madre di Aziz con la figlia adolescente Ezgi devono reinventarsi una vita: lui accettando di guidare il taxi di notte, lei ricominciando a recitare in un piccolo teatrino off impegnato che accetta di mettere in scena l’ultimo lavoro di Aziz, intitolato appunto Yellow Letters.

Solo che le tensioni tra di loro e con i gli altri familiari aumentano, l’incertezza economica peggiora le cose e la frustrazione di dover ricominciare tutto a cinquant’anni sembra slabbrare la loro relazione.

Girato da Çatak tra Berlino e Amburgo che vengono usate in modo molto teatrale come doppi di Ankara e Istanbul, il film ha evidentemente un profilo politico esplicito, puntando il dito contro la democrazia vilipesa e calpestata dal regime instaurato da Erdogan.

Aziz e Derya non hanno il profilo degli intellettuali engagé, lavorano per un teatro pubblico, hanno da molto tempo compreso come venire a patti con la censura di stato e con i limiti imposti dalla committenza.

Eppure basta qualche post sui social, un filmato di pochi secondi ripreso in classe, l’adesione a una generica manifestazione pacifista, o ancora peggio, una foto mancata, per finire all’indice, accusati di fomentare la sovversione e il terrorismo.

Ma allora quale libertà d’espressione hanno davvero coltivato sin a quel momento? Quando Aziz spiega alla figlia che l’intellettuale deve vivere immerso nel suo tempo, di cosa davvero sta parlando?

E quanta fatica fanno a immaginare di rinunciare a piccoli privilegi borghesi, come il liceo privato immaginato per la figlia o le lezioni di musica.

Solo dopo l’esilio, Aziz ricomincia a mettere in discussione il proprio ruolo, accusato persino dagli amici di un certo opportunismo. Ricomincerà così da un piccolo palcoscenico, mettendosi in gioco in prima persona.

La scelta di Derya sarà invece esattamente contraria alla sua, piegandosi alle lusinghe di un successo pagato con la rinuncia ad ogni ideale.

La distanza tra i due protagonisti diventa così enorme, il conflitto tra di loro sempre più aspro, la perdita dell’innocenza scioccante e fragorosa.

La moralità del proprio lavoro si scontra con l’ipocrisia del compromesso al ribasso necessario per continuare la recita. L’abisso che si spalanca davanti ai due personaggi li trova impreparati, incapaci di gestire nel privato come nel lavoro il confronto con il leviatano.

E’ un peccato che il film abbia delle inutili digressioni sulle disavventure adolescenziali della figlia Ezgi, che depotenziano la compattezza del messaggio e la forza dell’apologo familiare.

Bravissimi i due interpreti Özgü Namal e Tansu Biçer, perfettamente credibili nel loro sconcerto e nelle loro ansie.

Orso d’Oro alla Berlinale.

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