Sono passati vent’anni a Runaway, la patinatissima rivista di moda diretta da Miranda Priestly, ma la musica è cambiata: il cartaceo è riservato solo ad un book annuale, mentre le metriche guidano la rivista online, il politically correct e il #metoo ha contenuto certe asprezze della megadirettrice, che si appena da sola il cappotto invece di lanciarlo in faccia alle sue assistenti, non usa parole sconvenienti e si è dovuta piegare anche alla body positivity.
Per il resto nella redazione tutto sembra essere rimasto come un tempo, a partire da Nigel, fidatissimo braccio destro di Miranda.
Solo che la rivista è inciampata in un’azienda che sfrutta i suoi lavoratori e il danno reputazionale de ve essere immediatamente arginato.
L’anziano proprietario Irv, decide così di offrire il ruolo si supervisionare i contenuti della rivista a una vecchia conoscenza del gruppo, Andy Sachs, l’ex assistente di Miranda che aveva lasciato Runaway vent’anni prima per inseguire le sue aspirazioni: dopo una carriera nel giornalismo d’inchiesta, Andy si ritrova tuttavia licenziata dal suo giornale con un messaggio telefonico, proprio mentre sta per ritirare un premio prestigioso per il suo lavoro.
Accetta così la proposta allettante di Irv e si ripresenta a Miranda, che neppure la ricorda.
Gli attriti iniziali, lasceranno il posto ad una più solida collaborazione, quando Andy riesce ad ottenere una intervista con l’ereditiera Sasha Barnes, che non parla con stampa da tre anni, dopo il divorzio con il marito milionario.
le due dovranno inoltre affrontare una nuova sfida editoriale che mette in discussione la stessa sopravvivenza di Runaway, quando Irv muore d’infarto alla festa del suo 75mo compleanno e il figlio Jay, che veste solo orrende tute in tessuto tecnico, decide di affidare ai suoi consulenti il rilancio economico della rivista.
Ed Emily? Sì c’è anche lei, ma ha fatto carriera nel settore e ora è una spina nel fianco di Miranda.
La protagonista si trova costretta a negoziare con i consulenti chiamati dall’erede di Irv per tagliare costi, teste d’uovo che vedono nella moda un contenuto da ottimizzare più che un linguaggio da interpretare. Il ruolo di Andy dentro questo sistema in trasformazione diventa il motore narrativo di un film che si interroga su cosa significhi ancora fare editoria in un mondo che ha cambiato regole, tempi e gerarchie.
Il cuore del racconto è proprio questo slittamento: l’editoria tradizionale, un tempo dominata da figure come Miranda, si trova ora a dialogare con nuovi centri di potere. I mecenati contemporanei non sono più magnati con la passione per la cultura, ma vacui cultori del nulla, egomaniaci, assieme a fondi di investimento, piattaforme digitali, conglomerati che ragionano in termini di engagement, dati e monetizzazione. Il film osserva con lucidità questa dinamica, mettendo in scena riunioni in cui il gusto rischia di diventare funzione dell’algoritmo.
Miranda Priestly resta al centro di questo sistema, e il film trova una delle sue linee più interessanti proprio nel modo in cui il personaggio affronta questa nuova realtà. Se lei è la forza che cerca di resistere alle trasformazioni, Emily rappresenta forse il personaggio in cui il cambiamento è più evidente. Nel primo film era la perfetta incarnazione della disciplina interna al sistema, ora si muove come una figura di raccordo tra mondi diversi. Ha imparato a parlare il linguaggio dei brand, dei social, degli investitori, e utilizza questa competenza per costruire una posizione di potere autonoma. Il suo rapporto con Miranda si è evoluto in una dialettica più equilibrata, fatta di rispetto e rivalità.
Il primo film era stato visto inizialmente con sospetto e diffidenza dalle maison e dai creativi, forse timorosi di inimicarsi la potentissima Anna Wintour, sul cui carattere era tratteggiata la Miranda cinematografica, ma il suo successo ha spalancato ora alla troupe ogni porta e in certi momenti questo secondo capitolo sembra sin troppo saturo di presenze e di marchi da Dolce & Gabbana a Cucinelli, da Donatella Versace a Lady Gaga, sino agli inevitabili francesi Chanel, Dior e molti altri.
Il diavolo veste Prada 2 conserva il piacere dello sguardo e del dialogo tagliente, e allo stesso tempo introduce una dimensione più consapevole, legata alla fragilità dei sistemi culturali nell’epoca della disintermediazione. Resta, alla fine, la sensazione di aver assistito a un’evoluzione coerente di quei personaggi: ancora immersi nel fascino di quel mondo inarrivabile della moda, ora chiamati a confrontarsi con un orizzonte in cui il vero lusso sembra essere la capacità di mantenere una visione.

