The Long Walk

The Long Walk **1/2

Tratto da un romanzo di King del 1979, scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman, The Long Walk ha una lunga storia di tentativi di trasposizione cinematografica, tutti mancati.

Per primo ci provò George Romero alla fine degli anni ’80, lasciando il testimone a Fred Darabont, che acquistò i diritti del libro per dirigerne un giorno un adattamento, dopo il grande successo di Le ali della libertà.

James Vanderbilt ha scritto una sua versione, per il norvegese André Øvredal, il regista di Troll Hunter.

Alla fine è toccato Francis Lawrence, il papà di Constantine e Io sono leggenda e soprattutto di tutti gli Hunger Games eccetto il primo.

Ed è facile comprendere perché Lionsgate si sia rivolto proprio a lui, per adattare il copione del semisconosciuto JT Mollner: l’atomosfera apocalittica e distopica del romanzo di King è simile a quella che deve affrontare il dottor Robert Neville alla prese con una New York insidiosa e deserta, ed esattamente come nei giochi istituzionalizzati ideati da Suzanne Collins, anche questa volta ci sono ragazzi che si sfidano ad un’impresa in cui ci si gioca la vita.

In un passato alternativo in cui gli Stati Uniti sono diventati una sorta di dittatura totalitaria, una volta all’anno, cinquanta giovani, uno per ogni stato – tutti uomini naturalmente – vengono estratti a sorte per affrontare la lunga marcia: Bisogna continuare a camminare senza mai scendere sotto le 3 miglia all’ora, chi non ce la fa verrà prima avvertito e poi fucilato seduta stante: l’ultimo a resistere vincerà ricchezze e un desiderio.

I cinquanta vengono scortati da un plotone di milizie al soldo del Maggiore, torvo e brutale esecutore delle regole d’ingaggio, che parla come un Trump odierno, coperto da occhiali scuri e cappellino d’ordinanza.

Ovviamente il film si concentra su un piccolo gruppo di partecipanti, Ray Garraty del Maine, che gioca in casa ed è accompagnato alla marcia dalla madre in lacrime, il nero del New Jersey, lo sfregiato Pete McVries, lo spavaldo e ciarliero Gary Barkovitch da Washington, il religioso Art Baker, lo scrittore Richard Harkness che durante la prova prende appunti per un romanzo che spera di scrivere dopo la vittoria, il nativo Collie Parker.

Solo prima della fine scopriremo perché Ray si è iscritto alla marcia e qual è il suo desiderio, una volta vinta la gara. Accanto a lui, Pete diventa il suo più grande alleato: i due si sostengono a vicenda, negli attacchi di sonno, sotto la pioggia e il sole bruciante, nelle lunghe notti e nelle salite di una marcia che sembra non finire mai.

Attraverso Ray scopriamo come funziona la distopica società americana, come vengono mantenuti l’ordine e l’ignoranza, e come il desiderio di vendetta individuale, perda senso rispetto alla necessità di sostenersi l’uno con l’altro per non soccombere.

La dimensione politica del film è evidente, ma non particolarmente originale, la sceneggiatura non riesce mai a creare alcuna tensione, non ci sono deviazioni o inciampi in un copione che procede a impaginare solo chiacchiere, cammino ed esecuzioni.

Il romanzo era stato spesso definito infilmabile proprio per quello: non c’è un arco narrativo vero e proprio che non sia quello impostato nelle premesse iniziali. Tutto scorre secondo una successione prevedibile di eventi, sempre uguali a se stessi. Difficilmente si comprende perché la marcia, trasmessa in diretta televisiva, dovrebbe essere così appassionante per gli spettatori, tanto da spingere la produzione nazionale verso un inconsueto picco.

Le premesse sono in un certo senso simili a quelle di The Running Man, che pure ha avuto un adattamento cinematografico pochi mesi fa.

In realtà si tratta di un percorso noiosissimo, in mezzo al nulla della provincia americana, che il film condensa in 108 minuti e che nella realtà dura oltre cinque giorni ininterrotti.

Non solo ma anche alla fine, quando rimangono gli ultimi sopravvissuti, la scelta di ciascuno è l’autoannientamento, la rinuncia, il sacrificio, rendendo ulteriormente anticlimatico il finale, in cui persino il desiderio viene esaudito secondo quanto previsto.

Se l’introduzione ha qualche motivo d’interesse e pone le condizioni del racconto anticipando il titolo che arriva solo dopo venti minuti, il resto funziona assai meno, tra battute, discussioni minime, necessarie e mortali evacuazioni corporee e brutalità varie a cui ben presto ci si abitua, nella ripetizione continua dell’identico.

Se la prima cruenta esecuzione lascia il segno, la quarantanovesima ci trova francamente anestetizzati, se non decisamente desiderosi di giungere alla più fiacca delle conclusioni, in un film che appare emotivamente modesto , già visto e già “sentito”, complessivamente minore.

Quando è stato scritto da King il romanzo sembrava un’allegoria della sciagurata esperienza del Vietnam, con i ragazzi costretti a una sorta di parata di morte di pura propaganda, oggi il film assume contorni diversi naturalmente, ma l’idea che alla competizione spietata e individualista si sostituisca la solidarietà tra ultimi come unica forma di resistenza e ribellione e che i sogni degli uni diventino i desideri degli altri, in un continuo passaggio di testimone, restano ancora messaggi forti e anticonvenzionali.

In un film d’attori, sono le performance dei due protagonisti a risaltare: Cooper Hoffman e soprattutto il londinese David Jonsson (Rye Lane, Alien: Romulus) sono eroi loro malgrado, schiacciati in un qui e ora che non consente nessun altro spazio se non quello della strada da percorrere. E anche il grande paesaggio americano rimane muto, sfuocato, marginale.

 

 

 

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