Cannes 2026. Sheep in the Box

Sheep in the Box **1/2

Un padre e una madre architetti. Hanno perso tragicamente il loro bambino Kakeru due anni prima, rapito da un criminale che la polizia non ha ancora catturato e poi investito.

La società Rebirth fa recapitare a casa loro con un drone la proposta di un nuovo umanoide: un bambino realizzato attraverso i video, le foto e i documenti del figlio che hanno perduto.

Se il padre è a dir poco scettico, se non decisamente contrario e sarcastico, la madre sembra volerci provare.

Quando arriva a casa loro vestito come Kakeru, il robot con l’imprinting del loro bambino viene educato al linguaggio del loro mondo, fatto di modellini, legno, progetti e creazioni.

Pian piano però l’umanoide mostra i suoi limiti anche alla madre, che sembra pronta a rimandarlo indietro. Tuttavia il robot, assieme ad altri prodotti rifiutati dalle loro nuove famiglie, decide di prendere in mano il proprio destino: disattiva il controllo GPS e grazie alle conoscenze apprese immagina una grande casa sull’albero costruita come un nido e alimentata da energia idroelettrica, in cui ricominciare una nuova esistenza.

Il film di Kore-Eda torna sui temi forti della sua poetica, immaginando una nuova famiglia costruita dalla volontà e non dall’eredità.

Lo spunto di fantascienza che pure deve qualcosa a A.I. di Spielberg è solo un modo per continuare a raccontare nuove sfumature del suo mondo.

L’umanoide rebirth, come accadeva anche in Servant di Shyamalan, non favorisce alcuna ricomposizione del lutto, ma apre invece ferite nuove e diverse nella coppia dei protagonisti.

Nel film di Kore-Eda tutto nasce ancora una volta da una scomparsa, da una perdita, in un contesto in cui sono i più piccoli a costruire nuovi legami e ad insegnare qualcosa della vita ai più grandi.

A sorpresa l’umanoide non cerca di assomigliare al suo originale, ma sfrutta quello che impara per costruirsi una coscienza propria, cercando tra i suoi simili una nuova forma di convivenza.

Quando i due architetti comprendono il piano del loro robot per costruire uno spazio familiare nuovo e proprio, si accorgono che si tratta in fondo una scelta naturale: “non accade lo stesso a tutti i figli?”. L’abbandono della famiglia d’origine, la costruzione di una nuova abitatzione personale è evidentemente il sogno di tutti, non solo degli umani.

E’ il passaggio inevitabile dall’infanzia all’età adulta attraverso l’adolescenza: una sfida non aliena a contrasti, incomprensioni, fratture, ma che il regista giapponese immagina in qualche modo ricomposti e compresi.

Resta senza risposte l’interrogativo sentimentale: il piccolo clone ama perché è stato progettato per farlo o è proprio questo sentimento a liberarlo dai limiti e dai condizionamenti della sua programmazione?

Kore-Eda continua a professare ottimismo, sia pure in un contesto distopico in cui A.I. e sviluppo tecnologico sembrano negare persino il tempo del lutto e della memoria. La critica alla nostra società e alle sue regole questa volta passa in secondo piano, rispetto a un racconto di grande tenerezza sentimentale.

Così come accadeva anche nell’ultimo Monster, la natura diventa un imprevedibile alleato nella ricomposizione degli elementi, questa volta anche per le macchine.

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