Un padre e una madre architetti. Hanno perso tragicamente il loro bambino Kakeru due anni prima, rapito da un criminale che la polizia non ha ancora catturato e poi investito.
La società Rebirth fa recapitare a casa loro con un drone la proposta di un nuovo umanoide: un bambino realizzato attraverso i video, le foto e i documenti del figlio che hanno perduto.
Se il padre è a dir poco scettico, se non decisamente contrario e sarcastico, la madre sembra volerci provare.
Quando arriva a casa loro vestito come Kakeru, il robot con l’imprinting del loro bambino viene educato al linguaggio del loro mondo, fatto di modellini, legno, progetti e creazioni.
Pian piano però l’umanoide mostra i suoi limiti anche alla madre, che sembra pronta a rimandarlo indietro. Tuttavia il robot, assieme ad altri prodotti rifiutati dalle loro nuove famiglie, decide di prendere in mano il proprio destino: disattiva il controllo GPS e grazie alle conoscenze apprese immagina una grande casa sull’albero costruita come un nido e alimentata da energia idroelettrica, in cui ricominciare una nuova esistenza.
Il film di Kore-Eda torna sui temi forti della sua poetica, immaginando una nuova famiglia costruita dalla volontà e non dall’eredità.
Lo spunto di fantascienza che pure deve qualcosa a A.I. di Spielberg è solo un modo per continuare a raccontare nuove sfumature del suo mondo.
Tutto nasce ancora una volta dal lutto e dalla perdita, in un contesto in cui sono i più piccoli ad insegnare qualcosa della vita ai più grandi. Quando i due architetti comprendono il piano del loro robot per costruire uno spazio familiare nuovo e proprio, si accorgono che si tratta in fondo una scelta naturale: “non accade lo stesso a tutti i figli?”. L’abbandono della famiglia d’origine, la costruzione di un nuovo spazio abitativo personale è il sogno di tutti, non solo degli umani.
E’ il passaggio inevitabile dall’infanzia all’età adulta attraverso l’adolescenza: una sfida non aliena a contrasti, incomprensioni, fratture, ma che il regista giapponese immagina in qualche modo ricomposti e compresi.
Kore-Eda continua a professare ottimismo, sia pure in un contesto distopico in cui A.I. e sviluppo tecnologico sembrano negare persino il tempo del lutto e della memoria. La critica alla nostra società e alle sue regole questa volta passa in secondo piano, rispetto a un racconto di grande tenerezza sentimentale.
Così come accadeva anche nell’ultimo Monster, la natura diventa un imprevedibile alleato nella ricomposizione degli elementi, questa volta anche per le macchine.

