El ser querido – The Beloved ***1/2
Un padre e una figlia. Un regista e un attrice. Tredici anni di nulla. Poi l’offerta di un film, da girare assieme.
Comincia così il nuovo film di Rodrigo Sorogoyen dopo il successo di As Bestas e quello ancora più grande della serie Dieci capodanni, che ha messo il suo nome nella mappa del nuovo cinema europeo.
El ser querido è un lavoro sul cinema, sul fare cinema: si compie tutto nel tempo della preparazione e delle riprese di un film intitolato Desierto, ambientato nel 1932 quando il deserto era una colonia spagnola.
Ma il cinema è una scusa, una scorciatoia per parlare d’altro: di un padre assente e irascibile, di una figlia che ha imparato a farne a meno, non senza rancore.
I venti minuti iniziali, prima ancora del titolo sono un costruiti su un incontro che diventa presto uno scontro e poi un duello, ripreso a distanze diverse – in primo e primissimo piano – in un campo e controcampo magistrale tra il celebrato Esteban Martinez e la figlia Emila Vera. Dopo tredici anni di vita trascorsi a New York con una nuova moglie e due figli biondissimi, il regista è tornato a Madrid. Sta preparando il suo nuovo lavoro nella sua lingua e ha un ruolo da proporre alla figlia più grande, che ha preso il nome della madre, ha una modesta carriera televisiva e non vede il padre da quando ha lasciato il Paese.
Emilia è il frutto dell’amore nato sul set di Siroco, il celebre esordio di Esteban, nel quale la madre Charo aveva il ruolo della protagonista.
Trent’anni dopo la storia si ripete, ma la riconciliazione immaginata dal regista, un tempo intossicato da alcol e droghe, selvaggio e dittatoriale sul set e nella vita, è un percorso faticoso pieno di ostacoli.
I ricordi divergono, le assenze pesano e il tentativo di mescolare privato e lavoro finisce per provocare una crisi ancora più grave, rievocando metodi e modi oggi inaccettabili.
Di fronte a una figlia che si sente abbandonata, Esteban non ha altro da mostrare che la sua nuova famiglia felice: moglie e figli che hanno conosciuto un altro uomo, più maturo, saggio, capace forse di imparare dagli errori commessi un tempo.
Eppure tutto questo agli occhi di Emilia appare come un nuovo tradimento, proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di un sostegno diverso, impegnata su un set che ha raggiunto probabilmente per i sensi di colpa del padre più che per il suo talento.
Le riprese a Fuerteventura proseguono tra cene con gli attori a cui Emilia si sottrae, interviste in cerca dello scandalo e un commento audio da registrare per il Blu-ray di Siroco, che riporta Esteban alle immagini e alle storie del passato.
Il modo con cui Emilia e Esteban intrattengono gli altri, raccontando le proprie storie è sorprendentemente simile, così come l’incapacità di frenare i propri istinti.
Le scuse si alternano alla rivendicazione di una sincerità che Esteban fatica a raggiungere.
Il film di Sorogoyen nasce da una idea simile a quella che è al centro di Sentimental Value di Trier. Per questo il regista spagnolo ha ritardato il suo lavoro, lasciando che l’altro esaurisse la sua lunga corsa che da Cannes 2025 l’ha sospinto sino agli Oscar di marzo 2026.
Tuttavia i due lungometraggi non potrebbero essere più diversi, per stile, racconto, intreccio: condividono le premesse e un certo modo di raccontare la vita d’artista, piena di rimpianti, di rimorsi, spesso incurante di calpestare la vita di chi gli è accanto in nome di una inafferrabile musa.
Sorogoyen è un maestro nel costruire e modulare la tensione attraverso la dilatazione delle scene: i suoi piani sequenza, i suoi dialoghi, i suoi confronti sono sempre spinti sino al limite del punto di rottura dei personaggi.
Anche El ser querido è costruito attorno a un pugno di macrosequenze di formidabile efficacia narrativa. La prima è proprio l’incipit, con quasi venti minuti giocati esclusivamente su un confronto di volti, espressioni, parole, piccoli gesti.
Quella prima lunghissima conversazione tra una padre e una figlia che sembrano amanti disilusi, è come un’onda che vive di momenti esaltanti e di risacche, di complicità e imbarazzo, di ricordi e distanze.
La seconda arriva molto più tardi e racconta prima per immagini e per con le parole, l’incontro di Emilia con la nuova famiglia del padre: quegli sguardi che non si incrociano mai al ristorante dell’albergo dicono tutta l’invidia, il disprezzo, lo sconcerto di chi avrebbe voluto la stessa cura, la stessa attenzione, lo stesso affetto. Ed è quasi inutile che la scena prosegua poi con l’incontro sulla spiaggia a cui Emilia si presenta ubriaca.
La terza, la più stupefacente, avviene sul set di Desierto: la ripresa di un semplice pranzo con un paio di battute diventa prima un capolavoro comico, quindi trascolora improvvisamente nel dramma, quando il regista non comprende il momento e cerca di imporre a tutti i costi la sua volontà, fino a lasciar emerge la violenza psicologica e la hybris di un tempo.
Anche in questo caso Sorogoyen e Isabel Peña costruiscono un meccanismo narrativo formidabile, che attraverso l’apparente ripetizione dell’identico – le stesse battute, gli stessi movimenti – cambia ogni volta il senso e la temperatura della scena, sino alla risata più liberatoria, rivoltata nell’orrore e nella tensione più angoscianti.
L’ultima è quella tra Esteban e Emilia nella tenda spazzata dal vento, in sottofinale, sintesi di una serie di scontri verbali disseminati nel corso di tutto il racconto. Il passato non si può riscrivere, va accettato con tutti gli errori, le assenze, le meschinità. Forse solo così si può ricominciare a scrivere il presente, con parole diverse.
Javier Bardem e Vicky Luengo sono i protagonisti assoluti di questo nuovo tour de force che molto deve alla cristallina tensione dei dialoghi che Sorogoyen e Peña riescono a costruire, come se fossimo in un thriller politico e non in un melò sentimentale.
Per la prima volta il regista madrileno si è trovato a confrontarsi sul set con un attore del peso di Bardem e non ha nascosto che la presenza del divo ha creato tensioni ed elettricità inconsuete sul suo set.
Bardem è semplicemente inarrivabile in un personaggio fuori scala, magniloquente, titanico, wellesiano, che cerca una tenerezza sconosciuta e poi emerge in tutta la sua inquietante tirannia, usando la sua fisicità e piegando la troupe con una violenza che lascia senza parole.
Significativamente Luego è esattamente all’opposto dello spettro fisico, minuta, nervosa, leggera.
Ritornano i collaboratori con con cui Sorogoyen ha lavorato in tutta la sua carriera, innanzitutto il direttore della fotografia Alejandro de Pablo, che assieme al montatore Alberto del Campo, usa tutti i formati possibili in digitale e pellicola, dal 65mm all’8 mm, per ricostruire semanticamente i tanti linguaggi visivi usati nel film e assieme restituire metaforicamente l’incapacità di trovare uno sguardo condiviso tra padre e figlia.
Le musiche questa volta molto discrete sono come sempre del compositore Olivier Arson.
Per la clamorosa scena iniziale Sorogoyen ha provato con i due attori separatamente e ha fornito loro informazioni supplementari ricostruendo le biografie e ricordi dei rispettivi personaggi. Poi ha dato a Bardem e Luengo solo dieci pagine della sceneggiatura, lasciando emergere il loro nervosismo e la loro tensione. Ha poi girato tutto con cinque macchine da presa nascoste sul set, senza la troupe. Dai novanta minuti ripresi Sorogoyen distillato i 18 minuti che aprono il film.
Per il finale invece il regista ha scelto una coda che non nega le amarezze e non consola, lasciando i personaggi rientrare nelle proprie vite.
Le riprese sono finite, Esteban è impegnato al montaggio mentre Emilia è tornata al suo appartamento condiviso e al suo lavoro di barista. Il suo tentativo di imporre il suo sguardo e il suo ordine nella vita della figlia è probabilmente fallito e non gli resta che rimettere assieme i pezzi del suo film in moviola.
La vita continua. Forse il loro film resterà.
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