Servant: favola gotica di un bambino rinato

Servant ***

C’è un bambino in una culla. Quel bambino non piange mai. È fermo, rigido, ha gli occhi vitrei. Quel bambino di nome Jericho in realtà non è un bambino, ma una bambina dalle fattezze perfette. Quella bambola ricorda il bambino che fu Jericho. Il piccolo Jericho è morto. Una disgrazia. Capita a volte che i neonati muoiano nella culla. Tredici settimane aveva Jericho quando smise di respirare.

La famiglia Turner, sconvolta dal lutto, preferisce mantenere il segreto e non dire nulla né agli amici né, tantomeno, agli estranei. Dorothy, la donna che ha dato alla luce il povero Jericho, dopo la tragedia è scivolata in uno stato di alterazione mentale. Suo marito Sean ha accettato che la reborn doll entrasse in casa per tentare, su consiglio di Natalie, kinesiologa amica di Dorothy, una forma di terapia con “oggetto transizionale”. La bambola è un feticcio, quindi, un oggetto temporaneo, un espediente per far accettare gradualmente alla sventurata donna l’accaduto e strapparla così al suo malessere. Simulazione chiama simulazione. Perché non assumere una tata, considerato che Dorothy è ritornata al suo lavoro di inviata per un network televisivo e non potrà stare con “Jericho” per larga parte della giornata? Ecco giungere a Philadelphia, dal lontano Wisconsin, la tenebrosa Leanne Grayson. Diciotto anni appena, eppure già abilissima nella cura degli infanti.

Al termine della visione delle dieci puntate di Servant, è possibile dire che M. Night Shyamalan, reduce dal flop di Glass, il suo film più recente, abbia sfornato un’ottima serie, tra i vertici della sua produzione qualitativamente ondivaga. Azzeccata innanzitutto la durata degli episodi, mezz’ora circa, un minutaggio confacente al ritmo e ai contenuti della narrazione. In Servant non c’è un dettaglio fuori posto, la regia è curatissima (benché sia stata affidata materialmente ad altri registi in otto casi su dieci), gli interpreti sono convincenti, a partire dall’emergente, bravissima Nell Tiger Free, reduce da Too Old to Die Young di Nicolas Winding Refn.

A Leanne è assegnata la stanza più fredda. Tuttavia la ragazza non sembra avere troppi grilli (metafora non casuale) per la testa. Viene da un contesto povero, è religiosissima, parla poco e si presta volontariamente a compiere servizi che non le competono, come fare da assistente a Sean, di professione chef, in cucina, oppure aiutare Dorothy nell’affrontare, al pari di un’esperta infermiera, i problemi di salute dovuti alla mastite. La splendida casa dei Turner, arredata con gusto, è una bomboniera radical-chic. O un congegno a orologeria? La scrittura dello sceneggiatore Tony Basgallop è precisa, priva di fronzoli, puntuale nello svolgere i fatti.

L’uso delle inquadrature, vedi il taglio selettivo di parti della figura umana e l’attenzione maniacale riposta sui dettagli, ha un’importanza fondamentale in Servant. Stesso discorso per le luci. Si prenda una splendida sequenza del primo episodio. Siamo a tavola. È tarda sera, Leanne è appena arrivata. Il volto di Dorothy, stretto in un primo piano asfissiante, illuminato da una lampada, manifesta una quieta, impenetrabile follia. Il suo volto, esaltato, contrasta con quello contrito della tata. Le due dialogano, mentre Sean, è “impallato” dalla testa dalla moglie. L’uomo, costretto a subire l’esuberanza insana della consorte e a restare in secondo piano, inizia covare i primi dubbi sull’enigmatica ragazza comparsa in un cupo giorno di pioggia. Dorothy prova ad estorcerle qualche informazione, Leanne si limita a rispondere sì o no, oppure a riferire desideri scontati, idee facilmente attribuibili ad una giovane di campagna. “Mi piacerebbe sposarmi e avere figli miei”. La normalità di questo auspicio, in un contesto di anormalità patologica, è una detonazione.

In Servant ogni parola ha un significato, ogni elemento rimanda a qualcosa che (ancora) non vediamo e forse non vedremo mai. Leanne nei dieci episodi è sempre in ombra, anzi, è l’ombra stessa che si allunga sui due rampanti coniugi di città. Tuttavia, con le sue croci di legno grezzo appese nella stanzetta di Jericho e le benedizioni sussurrate all’inizio dei pasti in un’ostica lingua, Leanne non porta il male in casa Turner. L’orrore l’ha anticipata. Lei, semmai, porta il miracolo.

Servant assorbe molte suggestioni del nostro presente. Le iperrealistiche reborn dolls in un certo senso rimandano all’ossessione per eccellenza del postumanesimo, ovvero la tendenza a sostituire, o a conservare all’infinito in un limbo di eternità, l’insostituibile. La linea di confine tra artificiale e biologico, già ora, complici le tecnologie medicali avanzate, è labile e lo sarà sempre di più in futuro. In questa terra inesplorata, dove gli spazi e le certezze si confondono, Shyamalan ha lavorato di cesello. Sua Maestà Stephen King, in un tweet, ha elogiato la serie. La voce della massima autorità in materia rafforza il nostro giudizio: il regista di The Sixth Sense e The Village ha maneggiato con intelligenza il “perturbante”, classico motore del genere fantastico.

Sean, al termine dell’episodio iniziale, percepisce un vagito. Poi il vagito diviene un pianto. La bambola non è più bambola, la bambola è… Jericho! Da dove sbuca quel pargolo, del tutto identico al figlioletto deceduto? I sospetti vanno sulla tata. Eppure, nessuno può confermare di aver assistito allo scambio. Insomma, trattasi di bambino rinato. Oppure no? Il regista di origini indiane, noto per spiazzare, in tutti i suoi film, le aspettative di chi guarda, riesce a rendere intrigante il tema della presunta “resurrezione”. Servant è una serie costruita sull’inganno. Di più: Servant interagisce filosoficamente con il concetto di inganno. Ovunque, l’occasione di incorrere in un depistaggio. Ovunque, la possibilità di una sovversione del vero. A intorbidire le acque, è poi intervenuta un’accusa di plagio da parte di Francesca Gregorini, regista italoamericana: curioso paradosso per una storia dedicata all’impossibilità di stabilire un’attribuzione! Già, (di) chi è il bambino?

Lauren Ambrose, la Claire Fisher di Six Feet Under, sfodera una performance degna del Teatro dell’Assurdo (nel 2009 ha recitato a Broadway in una pièce di Ionesco). Il figlio, ai suoi occhi, non è mai morto, e i suoi occhi diventano i nostri. Toby Kebbell, attore emerso in Control di Anton Corbjin, film biografico su Ian Curtis, in Servant è un marito che non sa come comportarsi. Assecondare la follia della moglie o contrastarla? E che fare con il nuovo, o vecchio, Jericho? Tenerlo con sé potrebbe essere una soluzione, ma una soluzione esattamente a cosa? E a quale prezzo? E poi, l’ineffabile Leanne, servizievole e giudiziosa, che Sean gradirebbe cacciare prima della scadenza del mese pattuito… Per quale motivo la tata nega l’evidenza e rifiuta la possibilità stessa che il bambolotto sia mai esistito? Agisce sotto dettato dell’astuzia, del calcolo, o in nome della pietà verso una madre sventurata? Shyamalan tira fuori dal cilindro le tessere del mosaico sempre nei momenti giusti. Intuiamo che il lutto per Jericho nasconde una ferita più profonda.

La paura spinge Sean ad alzare barriere per proteggere il fortino assediato e ad abbracciare la tesi, rassicurante, del ricatto, opzione che pare trovare conforto quando sbuca dal nulla il grezzo, “primitivo” zio di Leanne, giunto a Philadelphia per incontrare la nipote. È una macchinazione? Troppo semplice. George e consorte potrebbero essere i modelli di un quadro di Grant Wood, prototipi del ‘gotico americano’. Leanne Grayson e i suoi familiari sembrano provenire da un mondo alieno, premoderno, dove vigono prassi e linguaggi che sfuggono alla presa della “civiltà”. Julian, il fratello cocainomane di Dorothy, interpretato da Rupert Grint, star della saga di Harry Potter, ingaggia un investigatore privato. Una chiave di lettura sta nella spaccatura verticale tra l’elemento maschile (Sean più Julian), desideroso di riportare l’ordine nel caos, e quello femminile (Dorothy più Leanne), irriducibile a qualunque schema razionale. Le scoperte sul passato della ragazza, come in ogni thriller che si rispetti, conducono a nuovi misteri. Shymalayan e Basgallop provano piacere nel sorprenderci. Mentre le nebbie attorno a Leanne si infittiscono, la spessa coltre di fumo stesa sul dramma di Jericho si dirada.

Servant, in definitiva, indaga le radici della colpa. Viviamo in tempi in cui, in ossequio al dogma della produttività, non ci si può distrarre, eppure siamo distratti da tutto. Geniale è il parallelismo tra il ribaltamento prodigioso dell’evento terribile, uno scambio tra la vita e la morte, e le professioni dei due coniugi, votate alla falsificazione sistematica. Sia Dorothy sia Sean somigliano a prestigiatori. Si noti infatti che lui non è propriamente uno chef, quanto una sorta di scienziato del gusto, uno sperimentatore sedotto dall’esaltazione degli accostamenti di sapore a vantaggio o danno (è uguale) delle papille gustative altrui. Il suo laboratorio è in casa ed è raro che Sean si allontani dall’appartamento. Lei invece, volto noto al pubblico, è chiamata a riprodurre la realtà dallo schermo televisivo, a duplicarla a uso e consumo degli spettatori. La categoria della duplicazione torna nella scelta di attribuire ai DVD, backup delle trasmissioni di Dorothy in bella vista nella libreria del salotto, una funzione di conservazione e insieme di incubo rivelatore.

Le mura domestiche sono quindi il palcoscenico della vita dei Turner. Julian dice a Leanne che i mobili pregiati sono stati comprati dal padre. Niente appartiene alla coppia. Non sfugga il fatto che solo di rado le inquadrature indugiano sugli esterni, al massimo sulla strada adiacente, con relativo parcheggio e l’auto di Dorothy a calamitare lo sguardo… In Servant sono vivisezionati gli interni, quasi fossero organi di un corpo in disfacimento. Nell’ennesimo rimpallo concettuale, gli interni corrispondono alle viscere che Sean squarta con i suoi affilatissimi coltelli. Sia le carni che la casa perdono la loro levigatezza. Schegge, spine e ossa spuntano all’improvviso, in gola, sul collo, sotto i piedi, ad ostruire la comodità dei passaggi. Shyamalan non tradisce la sua passione per gli spazi sotterranei. In una scena importante, la cantina diviene una cripta dove il marito si abbandona alla confessione, alla compassione verso se stesso. L’indebolimento delle capacità percettive di Sean, gli stati catatonici di Dorothy, un cane risorto, e ancora anguille sguscianti, insetti impiattati, marionette impregnate di arcano, un finale con un palloncino attaccato a una valigia. Vogliamo spiegare tutto? Arrendiamoci. La seconda stagione di Servant, favola di un bambino rinato, è stata già confermata: prepariamoci a una nuova corsa nel labirinto della psiche.

Titolo originale: Servant
Numero degli episodi: 10
Durata media ad episodio: 30 minuti
Distribuzione: Apple TV+ ultimo episodio distribuito il 17 gennaio 2020
Genere: Horror, Thriller, Drama

Consigliato a chi: comprende la gente che odia l’estate, di notte dorme dove gli pare, è bravissimo a cucinare gli avanzi trovati in frigo;

Sconsigliato a chi: ha il terrore di dimenticare la combinazione dell’antifurto, invidia i collezionisti di vini pregiati, è messo di cattivo umore dalle giornate di pioggia.

Lettura parallela:

La cosa più terribile sono gli arti e le teste, perché il torso e il pube dei reborn sono di un materiale più gradevole, che assomiglia più a un cuscinetto o a una bambola di pezza e non fa così paura. C’erano braccia e gambe di un acetato ancora vergine, senza i molteplici strati di pittura che poi gli applicano, e altre già dipinte, in tonalità complesse, e non so cos’era peggio: se quelli bianchi o quelli che sembravano avere la pelle. Per non parlare delle bambole costruite per metà, che ancora non erano finite ma che avevano già un aspetto umano”. Umami della messicana Laia Jufresa (SUR, 2017) è un romanzo d’esordio che presenta sorprendenti punti di contatto con Servant.

Un oggetto-simbolo per rappresentare la serie: il baby monitor!

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