The Running Man

The Running Man **

Edgar Wright, il brillante regista inglese della trilogia del Cornetto, capace di attraversare i generi con un’ironia fulminante e grottesca, ha deciso dopo Baby Driver di “fare sul serio”. E così si è imbarcato nel pasticciatissimo flop di Last Night in Soho e ora nel nuovo adattamento di L’uomo in fuga di Richard Bachman (pseudonimo di Stephen King), già portato sullo schermo nel 1987 da Paul Michael Glaser con Arnold Schwarzenegger come protagonista.

Il risultato è un film di fantascienza action, distopico e pedante, che non riesce mai a trovare nè tono nè ritmo, che vuole essere troppe cose assieme e non riesce bene in nessuna.

In un futuro prossimo venturo, Ben Richards è un’operaio perennemente arrabbiato. Non riesce a tenersi un posto di lavoro, perché non intende piegarsi ai soprusi e alle ingiustizie che vede attorno a sè, ma ora che ha una bambina piccola malata e una moglie che è costretta ai doppi turni in un locale equivoco, deve trovare un modo per uscire dai bassifondi dove è nato, per garantire un futuro migliore alla sua famiglia.

Gli Stati Uniti sono diventati una tecnocrazia televisiva, corrotta e fascista e l’unico modo che ha Ben di salire la scala sociale è partecipare ai giochi televisivi, che mettono in palio somme sempre più significative, in giochi sempre più cruenti.

Il più radicale di tutti si chiama The Running Man: tre concorrenti in fuga per trenta giorni e sei cacciatori armati sulle loro tracce. Nessuno è mai riuscito a vincere, ma il premio è di un miliardo.

Ben viene selezionato per correre e dopo aver accettato il patto faustiano con il producer del gioco Dan Killian, si fa aiutare da un vecchio amico bombarolo ed esperto in travestimenti.

Sulla sua strada trova Bradley, un giovane creator che ha studiato il gioco e gli rivela le regole necessarie a sopravvivere più a lungo possibile.

Ma la realtà televisiva è manipolata, alterata per creare fazioni e identificazione, il gioco è truccato come in un Truman Show mortale.

Wright pare continuamente indeciso rispetto alla direzione da imprimere alla sua storia. Vuole imporre un tono apocalittico e un sottotesto politico antiautoritario molto pertinente, ma non vuole neppure rinunciare ad una dimensione da B movie anni ’80 che mal si adatta ad un prodotto evidentemente ricco, prodotto da Simon Kinberg (il papà degli X-Men) per Paramount.

Oltre a questo, Wright sceglie altresì di immergere la storia in un’ironia da cartoon, chiedendo a tutti i suoi attori di recitare costantemente sopra le righe, e schiacciando i personaggi in caricature sempre più insopportabili.

Le buone intuizioni – i concorrenti che cominciano la gara letteralmente cadendo in basso, il cacciatore mascherato che non è altro che uno dei concorrenti del passato, la manipolazioni dell’intelligenza artificiale che corrompono il patto di realtà – finiscono a margine di un film che non riesce mai davvero ad appassionare.

Glen Powell interpreta il ruolo di Ben come se fosse il Jim Carrey di The Mask, in un campionario di faccine ed espressioni esagerate, di ammirevole intuilità.

Colman Domingo è ai limiti dell’autoparodia, così come Michael Cera ed Emilia Jones. Lee Pace è probabilmente contento di passare completamente mascherato quasi tutto il film, evitando di partecipare a questo festival dell’overacting.

Josh Brolin è forse l’unico che sembra credere davvero al suo personaggio, ma si tratta del ruolo più semplice, quello del villain delle alte sfere, del deus ex machina del gioco.

Il film è inutilmente lungo, ben oltre le due ore, e la parte di pura azione non è particolarmente inventiva, lasciando soprattutto negli spettatori il desiderio di rivedere L’implacabile degli anni ’80.

Come spesso accade, l’originale – scritto da Steven E. de Souza a cui dobbiamo anche 48 ore, Commando, Die Hard, Hudson Hawk, Dredd – ha almeno l’onestà d’intenti che qui sembra sepolta da una montagna di ambizioni.

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