Baby Driver

Baby Driver **1/2

Edgar Wright è stato, nell’ultimo decennio, l’enfant prodige del cinema inglese. Regista, sceneggiatore, produttore, dopo gli esordi in tv e la celeberrima trilogia del Cornetto con Simon Pegg e Nick Frost (L’alba dei morti dementi, Hot Fuzz e La fine del mondo), i tentativi di esportare ad Hollywood il suo stile unico, capace di unire grande devozione al cinema di genere ed ai suoi codici, con un’ironia fulminante e nonsense, erano sinora falliti miseramente.

Scott Pilgrim era stato un tentativo poco riuscito di trarre da una serie a fumetti di culto, un teen movie con un minimo di originalità. Chiamato poi dalla Marvel a scrivere e dirigere Ant-Man, è stato estromesso per divergenze creative. Il suo nome è rimasto nei titoli come co-autore del soggetto e della sceneggiatura assieme a Joe Cornish.

Da allora sono passati quasi quattro anni: Baby Driver è certamente uno dei suoi migliori film, capace di sfruttare sino in fondo i cliché di genere – questa volta l’heist movie – rivoltandoli e mettendoli alla berlina, grazie ad un protagonista completamente fuori dagli schemi.

Il film comincia con una rapina in banca, due uomini e una donna compiono il colpo, ma il vero fenomeno è Baby, il driver che li mette in salvo, evitando le pattuglie della polizia di Atlanta, senza mai perdere la calma.

Baby lavora per Doc, la mente dietro i colpi: da quando gli ha rubato, per gioco, una Mercedes carica di denaro è costretto a ripagare il suo debito, partecipando alle rapine organizzate dal boss, che ne sfrutta la straordinaria abilità alla guida.

Baby è un tipo silenzioso: occhiali da sole sempre sugli occhi, un giubbotto pieno di ipod e cuffiette nelle orecchie, anche durante i colpi. Vive con il padre adottivo e soffre di acufene: ha avuto un incidente da bambino e continua a sentire un fischio nelle orecchie, che maschera ascoltando musica di continuo.

Tra un colpo e l’altro, Baby si diverte con i mix tape e frequenta il diner dove lavorava un tempo la madre: qui conosce Debora, anche lei appassionata di musica e di macchine. Assieme sognano di evadere dalla realtà in cui sono costretti.

Edgar Wright sembra fare un passo avanti, con questo Baby Driver: abbandonata la deriva parodistica, che sembrava mostrare la corda già in La fine del mondo, qui si diverte a giocare con personaggi e archetipi di genere, senza davvero scardinarne le logiche, ma assecondandole e deviandole a piacimento, con spirito molto post-moderno.

Figlio del cinema degli anni ’90, Wright è un appassionato del cinema-cinema: che siano gli zombi o il poliziesco d’azione, che siano gli alieni, i supereroi o le rapine, la sua abilità nel ricostruire sapientemente il contesto narrativo di riferimento è esemplare.

Se, fino ad ora, il tentativo era quello di sovvertire dall’interno i codici, forzandone i limiti verso il nonsense più sovversivo, in Baby Driver Wright ha scelto una strada differente, costruendo un personaggio a cui affezionarsi, un outsider costretto in un mondo che non è il suo, che sogna la fuga: in fondo Baby sembra uscito proprio da una canzone di Springsteen, per la sua tenerezza ingenua e per la determinazione velleitaria nell’opporsi al suo destino.

Il film è capace di prendersi maledettamente sul serio quando occorre e di usare invece l’ironia e il romanticismo nei momenti in cui è possibile: le tre rapine, gli inseguimenti, le vendette sono messe in scena senza mai risparmiarsi, con una competenza e un ritmo impeccabili, ma il film vive anche dei gustosi duetti di Baby con i suoi due padri adottivi, Joseph e Doc, con Debora e con i diversi componenti della band criminale.

Ansel Elgort è un Baby indovinatissimo, tenero e appassionato, ma è tutto il cast di supporto a risplendere, da Kevin Spacey a John Hamm, da Jamie Foxx a Lily James.

Certo, il cinema di Wright sembra sempre un po’ fuori tempo massimo, il trionfo del post-moderno è ormai passato da un pezzo: il cinema della realtà post-11 settembre si è preso la sua rivincita ed ha imposto il suo gusto rigoroso.

Eppure Wright è riuscito a ritagliarsi una sua piccola nicchia di culto, che Baby Driver non farà che rendere ancora più grande.

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