Il nuovo film di Guillame Canet, nasce da un soggetto scritto con Simon Jacquet (BAC Nord, Mon Roi, Il gioco delle coppie, L’Amour Ouf), rimasto segretissimo sino alla prima a Cannes nella sezione Premiere, una sorta di cimitero degli elefanti con qualche imprevedibile sorpresa.
Canet affida alla compagna Marion Cotillard il ruolo emotivamente complesso di Jeanne, una donna dal passato oscuro che si è rifatta una vita in Spagna accanto a Daniel un fotografo argentino che dopo aver provocato l’incidente in cui hanno perso la vita anche moglie e figlio, ha ricominciato da capo come carpentiere dopo un periodo in prigione.
Jeanne lavora come operaia nella piccola azienda ittica locale ed è la madrina di un bambino di dieci anni Mateo, che vede quotidianamente, ben oltre il ruolo che dovrebbe avere nella sua vita.
Un pomeriggio, nell’intervallo di una partita di calcio, Jeanne si allontana con Mateo e si addormenta, forse a causa della vodka che beve compulsivamente.
Al suo risveglio il bambino è scomparso. I genitori sporgono denuncia e nel fiume vicino al campo viene ritrovata una delle scarpe da calcio di Mateo.
I sospetti convergono su Jeanne, che fugge improvvisamente lasciandosi tutto alle spalle. In Francia chiede asilo ad una comunità chiusa, guidata dal burbero e animalesco Marc. Per la donna è tanto una resa quanto una sorta di ritorno al passato.
Ma Daniel si mette sulle sue tracce e un pezzo alla volta ricostruisce la sua storia.
Canet impagina con la fotografia del belga Benoît Debie, assistente dei Dardenne quindi collaboratore storico di Noé, du Weltz e Korine, un melodramma a tinte nerissime, che gioca all’annientamento della volontà della povera Marion Cotillard, costretta a un tour de force di violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo.
Il millenarismo si fonde con una religiosità distorta e à la carte, il rigore gerarchico e militare con l’anaffettività, la chiusura al mondo esterno con l’incesto. Nessuno dice mai la verità e menzogna dopo menzogna, omissione dopo omissione, la verità sfuma e poi brucia, in un campionario di svolte narrative implausibili e forzate, in cui il povero Luis Zahera, poliziotto incaricato delle indagini sulla scomparsa del piccolo Mateo, esce lentamente di scena per far spazio alle vendette private e alle assurdità di un intreccio sempre più desolante.
I grandi attori coinvolti, Menochet, Sbraglia, Zahera appunto, oltre a Cotillard, in odor di martirio laico, faticano a dare senso a una storia che si muove sempre sopra le righe.
Tra “foschi secreti”, fughe, ritorni, piani segreti, bambini complici, figli adottati, Canet non si fa mancare niente, schiacciando il pedale melodrammatico sino a far deragliare il suo film completamente.
Da dimenticare.

