Cannes 2015. Mon Roi

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Mon Roi **

A quattro anni di distanza da Polisse, che ha fatto esplodere la carriera di Maiwenn come regista, con il Prix du Jury conquistato sulla Croisette, il ritorno in concorso con Mon Roi e’ un passo indietro.

Nel raccontare l’improbabile storia d’amore tra l’avvocato Tony ed il piu’ giovane e donnaiolo proprietario di un ristorante, Georgio, Maiwenn indovina toni e scrittura nella prima parte, che e’ brillante e piena di ritmo, ma si dilunga troppo in un secondo atto invece piuttosto debole e risaputo.

I due protagonisti si incontrano una notte in una discoteca: Tony e’ con il fratello e la sua compagna, Georgio, con l’amica di sempre, la modella Agnes ed i suoi amici. Tra i due scatta subito qualcosa, ma Georgio vuole bruciare le tappe in un crescendo di felicita’ che porta Tony sino alla maternita’ ed al matrimonio.

Solo che a quel punto qualcosa si rompe: Georgio comincia a sentirsi stretto in tutti i sensi e va a vivere in un altro appartamento, tradisce Tony piu’ volte e non riesce a rinunciare ad Agnes, un’anima fragile a cui il protagonista non vuol dire mai di no.

I due protagonisti mostrano cosi’ tutta la loro fragilita’, che i calmanti e gli psicofarmaci a stento riescono a tenere sotto controllo. Ed infatti nella parte centrale sono le scene madri a farla da padrone, ripetendo per l’ennesima volta un cliche’ che il cinema ha sfruttato molte volte.

Naturalmente anche il figlio Sinbad diventa una sorta di merce di scambio nei rapporti tra gli adulti.

Maiwenn racconta la storia di Tony e Georgio in una serie di lunghi flashback, mentre la donna e’ costretta in un centro di recupero dopo un bruttissimo incidente sugli sci: ma e’ sin troppo evidente la metafora della guarigione.

Peccato perche’ Maiwenn ed Etienne Colmar che ha scritto il film con lei erano riusciti a creare due personaggi veri, ma poi non hanno saputo che farsene, costingendoli in un dramma familiare troppo consueto.

La lunghezza poi – due ore e dieci minuti – non giova certamente al film e fa dimenticare l’ironia brillante del primo atto.

Anche l’epilogo suona brusco e aperto, quasi che la regista dopo aver avuto un’intuizione felicissima, non sapesse sostenerla adeguatamente.

Vincent Cassel e’ un Georgio bipolare e formidabile: perfetto nel suo essere sempre un po’ sopra le righe. Emmanuelle Bercot sembra essere piu’ a disagio con il suo personaggio, forse per quella costante sensazione di fragilita’ e incertezza che l’accompagna dalla prima scena, sino all’ultimo primo piano finale.

Louis Garrell e’ il disincantato e ironico fratello di Tony, in un cameo molto divertente.

Mon Roi 3

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