Venezia 2018. Non-Fiction

Non-Fiction **1/2

Dopo aver adattato Quello che non so di lei per Roman Polanski, che raccontava il rapporto morboso e sadico tra scrittore e lettore, Assayas ha deciso di rimanere nell’ambiente letterario, con questa divertita commedia che ruota attorno al rapporto tra autore ed editore e alla ronde sentimentale che li travolge.

Alain è a capo di una storica casa editrice, che ha rilanciato sul mercato e cerca di mantenere al passo della rivoluzione tecnologica e digitale, pur con fatica, dubbi, interrogativi.

Leonard è uno dei suoi scrittori, che ha appena terminato un nuovo libro, Point Finale. Come sempre ha raccontato di sè, delle proprie conquiste, delle proprie relazioni, facendo della sua vita materiale da romanzo.

Ad Alain però il nuovo lavoro non piace e rifiuta di pubblicarlo. Nel frattempo assume Laure, giovanissima esperta di editoria digitale, perchè studi il modo con cui integrare il vecchio mondo della carta e della stampa in quello nuovo immateriale dei tablet, di internet, dei blog e della comunicazione social.

Alain è sposato con Selena, un’attrice nota soprattutto per una serie poliziesca tutta azione. Mentre Leonard sta con la portaborse di un politico idealista e di sinistra.

Ma nessuno dei due ritiene la propria relazione sentimentale come esclusiva. Entrambi vedono altre persone, creando un corto circuito che finisce per riverberarsi anche nel loro lavoro.

Non Fiction è una commedia inedita per Assayas, che forse ricordandosi della stagione in cui era un critico dei Cahiers, decide di costruire tutto il suo racconto sulle scaramucce sentimentali tra i cinque protagonisti, affiancandolo ad una continua riflessione sull’era della comunicazione digitale e sui cambiamenti tempestosi che questa sta portando nel campo della cultura e della politica.

I suoi personaggi ed i loro amici, quarantenni borghesi e benestanti, quasi come in un film di Bunuel, si ritrovano sempre a pranzo o a cena e dialogano incessantemente sul loro lavoro e su come questo stia cambiando, sulle cose buone da tenere e quelle da buttare, sulla superficialità di twitter e sul ruolo della lettura e della comunicazione politica.

Questo minuetto così tipicamente francese ce lo saremmo attesi da una Agnes Jaoui, ma è una novità per Assayas che sembra per una volta trascurare un po’ la ricerca formale ed estetica, l’originalità della messa in scena, in favore di una regia di puro servizio, che consenta ai cinque straordinari attori di esaltarsi in queste schermaglie continue e in questa ricerca del dialogo che si pone in antitesi con la solitudine mediata delle nuove generazioni, che dialoga ormai solo con il proprio device.

Se infatti è un’epoca di presunta disintermediazione culturale e politica, in cui tutti possono avere l’impressione che la propria voce sia rappresentata direttamente e senza filtri, in realtà gli stessi strumenti con cui quella voce è veicolata sono una mediazione solo apparentemente invisibile, ma in realtà essenziale.

Il film di Assayas va ovviamente in direzione ostinata e contraria, affidandosi all’incontro e allinganno della parola, dello sguardo, del gesto, raccontando quel che resta di un mondo borghese e colto, che sembra destinato all’estinzione.

Fuori tempo.

Regia:
Olivier Assayas
Durata:
107’
Paesi:
Francia
Interpreti:
Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret, Pascal Greggory
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