Venezia 2018. The Other Side Of The Wind

The Other Side Of The Wind ***

“It’s not only Orson’s last movie, but it’s sort of like the end of everything. It comes across to me like the end of the world.
It’s a very sad movie. Orson made a lot of sad movies, actually, but his artistry was the antidote. It’s almost as though he was saying that art was the only thing that can save us from the end”
Peter Bogdanovich, Telluride 2018

Finalmente svelato, quarantotto anni dopo l’inizio delle riprese, l’ultimo film girato da Orson Welles, The Other Side Of The Wind, opera maledetta e perduta, invisibile e notissima, reperto di un mondo perduto che torna a vivere miracolosamente, anche solo per una notte.

Rimasto sinora chiuso in un deposito a Parigi, per quasi mezzo secolo, finchè Netflix non è riuscita a concludere un accordo soddisfacente per tutte le parti in gioco, il film è stato affidato alle sapienti mani del premio Oscar Bob Murawski, con il compito impari di montare le cento ore di girato, dando forma cinematografica alla sceneggiatura, scritta da Welles stesso con la compagna Oja Kodar.

La leggenda di The Other Side Of The Wind è ovviamente parte del film stesso, del suo gioco cinefilo, che sembrava preconizzare, sin dagli anni ’70, il destino di questo film maledetto. Il risultato finale è anche una sfida a quel pregiudizio critico per cui l’ultimo film, quello incompiuto e invisibile debba per forza essere quello decisivo, in una carriera che ci ha comunque regalato tredici lungometraggi e un pugno di capolavori assoluti.

Welles, sul mistero delle ultime parole, ci aveva costruito proprio Quarto Potere, facendosi beffe di quella retorica stantia, già ottanta anni fa.

Eppure questo The Other Side Of The Wind ha un che di profetico, contenendo dentro di sè, già quella sarebbe stata la sua lunghissima storia. Il film riportato alla luce racconta appunto di una pellicola mai terminata, di un regista morto prima di finirla, di un produttore e dei collaboratori divenuti incapaci di assecondarne le ossessioni.

Il risultato è un film che racconta pienamente l’Orson Welles di quegli anni, quello di F for Fake e dell’ultimo inutile ritorno ad Hollywood, dove rimarrà fino alla morte, avvenuta nel 1985.

Sperimentatore feroce, maestro del piano sequenza e della profondità di campo, Welles aveva imparato sui set travagliatissimi degli anni ’50 e ’60 come occultare attraverso il montaggio le ristrettezze di budget, gli attori diversi, le riprese incoerenti. Fin dal suo leggendario Othello aveva cominciato a lavorare in questo modo frenetico, trasformando le necessità contingenti in uno stile, allora rivoluzionario.

Qui Welles si spinge però oltre, creando un collage visivo sensazionale, che mescola riprese in 35mm, 16mm, Super8, bianco e nero e colore, riprese impresse sul negativo e direttamente sul positivo, come usava allora nei documentari, per dare la sensazione che il film fosse il risultato delle immagini raccolte direttamente da troupe, giornalisti e curiosi alla festa finale del protagonista.

Quasi preconizzando l’avvento degli smartphone, delle videocamere portatili, delle riprese amatoriali e del trionfo delle immagini rubate, Welles aveva deciso di fare del suo film quello che 40 anni dopo sarebbe stato definito un mockumentary, con la stessa audacia visionaria e lo stesso spirito iconoclasta, che aveva fin dai suoi inizi.

Se il sofisticatissimo impasto visivo del film non ci lascia completamente rapiti è forse solo perchè quello stesso linguaggio Welles l’ha utilizzato anche in F for Fake, il suo testamento in vita, girato negli stessi anni di Wind e uscito nel 1973, ed anche perchè quegli strumenti d’avanguardia sono diventati proverbiali, a partire dagli anni ’90.

The Other Side Of The Wind racconta davvero quello di cui era fantasticato per quasi cinquant’anni, ovvero la festa in onore dell’anziano regista Jack Hannaford, nella quale si mostrano le prime immagini del suo ultimo film incompiuto, prima dell’incidente che ne impedirà la conclusione.

Il film si apre sul set nei Paramount Studios, dove un caravanserraglio di attori, collaboratori, studenti di cinema, documentaristi, giornalisti e critici parte alla volta del ranch in collina dove Hannaford è atteso per celebrare il suo ultimo capolavoro annunciato.

Solo che il suo attore protagonista è fuggito, nessuno sa se il film potrà essere terminato e i finanziatori, dopo aver visto il primo girato, si tirano indietro.

A sostenerlo l’amico e discepolo Brooks Otterlake, reduce da un notevole successo con il suo primo film e coinvolto nel grande circo, che ruota attorno al venerato maestro.

Il film appare oggi datato, raccontando quel particolare momento in cui la Hollywood classica lasciava il passo ai movie brats, alla generazione che Bogdanovich e Denis Hopper incarnano perfettamente nel film, al cinema di giovani fatto per i giovani, tra controcultura, libertà sessuale, psichedelia.

Il film nel film che Hannaford sta girando, sembra proprio una parodia di quella breve stagione hippy: una sorta di Zabriskie Point ambizioso e velleitario.

Solo che Hannaford non è Godard, Antonioni o Bertolucci, tutti citati nel film, ma un vecchio leone irlandese, che ha cominciato negli anni del muto, incapace di adattarsi davvero alla rivoluzione, che sta spazzando la mecca del cinema.

Il film è una testimonianza di un tempo dimenticato, una sorta di reperto recuperato da un naufragio, che ci riporta ad una stagione, che oggi sembra ancor più lontana, in epoca di politically correct e di chiarezza narrativa.

E’ altresì evidente che questo film, che Welles ha girato, con mezzi di fortuna nel corso di sei anni ed ha tentato di montare sino ai primi anni ’80, è una di quelle opere che poteva anche rimanere incompiuta, misteriosa, irrisolta, invisibile. Il mito di The Other Side Of The Wind è infinitamente più grande del film finito, che i produttori di allora e quelli nuovi hanno portato alla Mostra di Venezia, cercando di rendere giustizia al lavoro del maestro. Proprio perché qui Welles sembra riflettere su se stesso e sul suo ruolo all’interno di quel mondo, che l’ha sempre emarginato, ma di cui si è sempre sentito parte integrante.

Tutto questo si ritrova perfettamente nel documentario They’ll love when I’m dead che il premio Oscar Morgan Neville ha dedicato alla rinascita del film e che lo accompagnerà su Netflix.

Welles ha cominciato ai tempi dello studio system, l’epoca dei Jack Warner, dei Darryl Zanuck, degli Howard Hughes, nell’America del presidente Roosevelt. Di fronte a sè aveva invece, in quel momento, la fine di quel mondo, a cui si sentiva comunque legato, pur essendone rimasto ai margini.

The Other Side Of The Wind è il funerale che nessuno aveva mai celebrato, il segno infranto di un mondo che lasciava il passo ad una nuova generazione di cineasti, che guardava all’Europa, che il cinema lo imparava all’università, che si confrontava continuamente con se stessa, attraverso l’insolenza dei nuovi critici superstar, mentre i grandi mogul lasciavano il passo alle corporation e ai produttori indipendenti.

Per questo motivo, vedere oggi il film di Welles è un’esperienza che lascia un po’ l’amaro in bocca. Perché volendo raccontare per una volta lo zeitgeist del suo tempo, il film ne è rimasto travolto e questa tardiva rinascita non fa che mostrarne, in fondo, la distanza.

Resta la straordinaria modernità del lavoro di Welles, la composizione continuamente frammentata e ricomposta, la consapevolezza della menzogna del cinema, che questo film condivide con il coevo F for Fake.

The Other Side Of The Wind non poteva che essere l’ultimo film di Welles, perchè era il testamento di un mondo arrivato alla fine. Non è un caso allora che il film di Hannaford di chiuda con i primi raggi di sole che fanno scomparire le immagini dal grande schermo del drive in, mentre anche l’ultima auto se ne va e la magia di quella lunga notte di cinema si dissolve alle prime luci dell’alba.

Epocale.

Regia:
Orson Welles
Durata:
122’
Paesi:
Usa
Interpreti:
John Huston, Oja Kodar, Peter Bogdanovich, Susan Strasberg, Norman Foster
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